Perché alcuni scrittori si dedicano a costruire mondi complessi e dettagliati? Parlo del cosiddetto Worldbuilding. La risposta sta, anche, in un bisogno psicologico profondo: dare ordine al caos. Scrivere significa creare una realtà parallela, governata da regole precise, dove ogni elemento ha un senso e una funzione. È un atto di controllo, una risposta alla complessità del mondo reale, spesso imprevedibile e frustrante.
Molti autori, soprattutto quelli che scrivono fantasy e fantascienza, passano anni a sviluppare regni, società, lingue e storie. Questa immersione totale nella costruzione di mondi non è solo un esercizio di creatività, ma anche un modo per sentirsi padroni di qualcosa. Nella realtà siamo costantemente esposti a eventi fuori dal nostro controllo, mentre nella scrittura ogni dettaglio dipende da noi.
C’è anche una componente di evasione: creare un mondo narrativo permette di rifugiarsi in una dimensione alternativa, in cui le regole sono più chiare e la giustizia può esistere. Non a caso, chi si dedica a questi progetti spesso è una persona che percepisce la realtà come ingiusta o caotica. Costruire un mondo narrativo significa creare un ambiente dove le cose avvengono per una ragione, dove l’autore è dio e arbitro supremo.
Questo bisogno di controllo si riflette anche nella struttura della narrazione. Autori come Tolkien, Martin o Sanderson non si limitano a raccontare una storia: creano ecosistemi narrativi coerenti, con geografie dettagliate, mitologie complesse e sistemi sociali funzionanti. Questa meticolosità risponde a una spinta interiore a dare ordine al disordine.
Ma c’è un rischio: il perfezionismo. Alcuni scrittori restano intrappolati nella costruzione del mondo senza mai arrivare a raccontare una storia. Il worldbuilding diventa una prigione creativa, un’ossessione che sostituisce la narrazione vera e propria. Trovare il giusto equilibrio tra costruzione del mondo e sviluppo della trama è essenziale per trasformare il bisogno di controllo in un’opera compiuta.
In fondo, scrivere è sempre un atto di resistenza al caos e a maggior ragione lo è il worldbuilding. In ogni caso, sia che si tratti di un diario personale o di un’epopea epica, dare forma alle parole significa dare forma alla realtà, anche solo per il tempo che dura una storia.





