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C’è chi non scrive mai. E c’è chi scrive troppo. Rocco e Teresa.

da | Giu 27, 2025 | Perché si scrive

 

Chi rimanda all’infinito. E chi pubblica tutto, subito, senza nemmeno rileggerlo – figuriamoci fare un editing.

A vederli da fuori sembrano l’opposto: l’iper controllato e l’impulsivo.

In realtà sono due facce della stessa dinamica: non fermarsi dove/quando le cose diventano serie.

Due strategie per non guardare davvero dentro al testo che si scrive.

Il primo – quello che non scrive – perfeziona, pianifica, riscrive sempre l’incipit.

Ha bisogno di più tempo, più dati, più calma. Ma in realtà evita.

Evita la scena che fa male. Evita la voce che lo riguarda troppo da vicino.

Dice di voler scrivere “bene” – magari! – ma sotto c’è una paura più profonda: quella di esporsi.

Ama il controllo, l’attesa, l’immobilità piena di tensione.

Scrivere, per il ritentivo, è come fare del sesso in cui non si arriva mai al dunque: si prepara tutto, si cura l’ambiente, si accarezza il pensiero.

Ma non si entra mai nel corpo del testo – o non ci si lascia penetrare dal corpo del testo.

È la posizione del preliminare infinito, in cui il piacere è sempre rinviato perché il compimento significherebbe perdere il controllo.

Il secondo – quello che scrive troppo – spara tutto in rete.

Tre romanzi l’anno, zero editing, zero distanza. Scrive e pubblica. Poi riparte.

Ieri ho letto il post di un tizio che ha scritto dodici libri in due anni. Quando Rocco Siffredi incontra Amazon Kdp.

Sembra libero, ma è solo veloce a scappare.

Non resta mai abbastanza in un testo da farsi cambiare.

Non lo ascolta. Lo scarica.

(Chiarisco: queste sono posizioni psichiche, non anagrafiche né genitali. Ci sono donne ritentive e uomini mistici, autori fobici e autrici compulsive. Il genere è solo un vettore simbolico: serve per la metafora, non per la diagnosi. E di Rocco Siffredi non ho mai visto neanche un film, me li ha mimati un mio cugino di Pinarella di Cervia.)

La paura di scrivere e di esporsi è il filo conduttore che lega questi due comportamenti.

Se è un autore, è il pulsionale agito, il penetratore narcisista.

Se è un’autrice, è la tipa che si fa “attraversare dal flusso”. Dice che “le parole arrivano”, che “non sa da dove venga la voce”.

Scrivere, per lui, è come un amplesso frettoloso: entra, fa, finisce.

Per lei, è estasi mistica: è penetrata dai raggi della narrativa, Santa Teresa d’Avila planata in un gruppo Facebook.

In entrambi, non c’è ascolto. Non c’è reciprocità.

C’è solo scarica. È la posizione del coito compulsivo, dove l’orgasmo non è comunione, ma scarica.

L’astenico e il compulsivo mettono in scena, in forme apparentemente opposte, una forma di resistenza.

Una trattiene, l’altra travolge. Ma il fine è lo stesso: evitare il punto vivo.

Lì dove comincia il dubbio. L’ambivalenza. Il conflitto.

Scrivere davvero significa restare lì. Nel punto critico.

Non scappare. Non pubblicare per riflesso. Non smettere per timore. Stare.

Anche quando brucia. Anche quando ti senti ridicolo. Anche quando il piacere tarda ad arrivare.

Perché il testo – come il desiderio – non si lascia né dominare né svuotare.

Il desiderio non vuole essere esaudito. Vuole essere riconosciuto.

E la scrittura, se smetti di usarla per trattenere tutto o per dire tutto, può diventare il luogo in cui qualcosa emerge.

Non una verità piena. Ma una traccia, uno scarto, un gesto che dice più di quanto tu sappia dire.

E allora scrivi qualcosa che non puoi più ritirare indietro.

Qualcosa che ha senso. Anche se fa male. Anche se non ti assolve.

E allora sì, forse, avrai scritto qualcosa degno di essere letto.

Cover del libro La Macchina Morbida di Roberto Errichelli