Negli anni Ottanta l’Italia, uscita dalla lunga febbre politica dei Settanta, smise progressivamente di credere che la trasformazione passasse da partiti, movimenti, fabbriche, università e piazze. Cercò allora una via di scarico nel privato: casa, consumi, televisione, carriera, corpo, benessere individuale.
È l’età del cosiddetto Riflusso.
Quella che va in scena è una riconfigurazione del campo. La politica costa troppo, il privato costa meno, il consumo offre gratificazione immediata, la televisione traduce il mondo in ambiente domestico. Montanelli suona il suo trombone stonato e festeggia «il privato in rivolta».
A furia di “rivoltarci” nel privato siamo approdati all’età del Reflusso. Me ne sono reso conto ieri sera guardando la televisione, dove si sono succedute le pubblicità di prodotti contro appunto il reflusso gastrico. Non siamo più al ritorno ordinato – presunto ordinato – al privato, ma al rigurgito disordinato di tutto ciò che quel privato non è riuscito a metabolizzare.
Perché il privato, alla lunga, non regge. Deve assorbire troppa roba: fallimento della politica, precarizzazione, perdita di appartenenza, crisi della classe media, evaporazione dei partiti, individualismo competitivo, aziendalizzazione dell’esistenza, narcisismo da piattaforma, paura del futuro, impoverimento simbolico. A un certo punto lo stomaco sociale si irrita. E allora ciò che è stato mandato giù torna su.
Il Reflusso è questo: la cattiva digestione storica dell’Italia post-politica.
La cosa interessante è che il Riflusso era ancora una forma relativamente stabile. Aveva un suo campo, i suoi rituali, i suoi dispositivi: televisione generalista, famiglia, mutuo, lavoro, consumi, vacanze, partiti ancora presenti anche se svuotati, ascesa sociale possibile o almeno immaginabile. Il Reflusso, invece, è una forma irritata. Non produce stabilità: produce ritorni acidi. È il riemergere sintomatico di costi sociali che il Riflusso aveva spostato nel privato senza risolverli.
Il Riflusso aveva scaricato i costi dal collettivo all’individuo. Meno politica, più vita privata. Meno conflitto organizzato, più adattamento personale. Meno partito, più carriera (per chi poteva). Meno piazza, più soggiorno. Meno assemblea, più telecomando.
Ma quei costi non sono spariti. Hanno solo cambiato sede.
Prima erano costi politici. Poi sono diventati costi psichici, familiari, lavorativi, identitari, comunicativi. Il soggetto privato ha dovuto farsi carico di tutto: progetto di sé, impresa di sé, cura di sé, branding di sé, salvezza di sé. E quando il contenitore non tiene più, arriva il Reflusso.
Le forme del Reflusso potrebbero essere queste.
Primo: Reflusso politico. La politica come progetto collettivo, ma come acidità. Rancore, sfogo, insulto, nostalgia dell’ordine — ma più ordine sociale di così c’è solo al cimitero — desiderio di punizione, culto dell’uomo forte, fastidio verso ogni mediazione. Non è politicizzazione: è rigurgito politico. Il cittadino non entra in una forma collettiva; espelle irritazione.
Secondo: Reflusso identitario. Ciò che non trova più stabilità sociale torna come identità urlata. Nazione, genere, famiglia, tradizione, territorio, “noi”, “loro”. Non perché queste cose siano finte. Il punto è che diventano iper-visibili proprio quando smettono di funzionare come strutture silenziose. Quando una forma tiene, non ha bisogno di gridarsi ogni cinque minuti. Quando deve gridarsi, spesso è già in crisi.
Terzo: Reflusso morale. La società non riesce più a produrre orientamento, quindi produce indignazione. L’indignazione funziona come digestivo simbolico. Non cambia la struttura, ma dà per qualche minuto la sensazione di avere ancora un asse etico. È il Maalox della coscienza pubblica.
Quarto: Reflusso terapeutico. Tutto diventa trauma, tossicità, confine, autostima, energia, consapevolezza. Anche qui: non perché il disagio non esista. Esiste, eccome. Ma il lessico terapeutico diventa il modo in cui il sociale ritorna camuffato da psicologia individuale. Non dici più: “il campo sociale è diventato invivibile”. Dici: “devo lavorare su di me”. E intanto il campo resta invivibile.
Quinto: Reflusso algoritmico. Il privato non è più rifugio. È diventato scena. Negli anni Ottanta si rientrava nel privato attraverso la televisione. Oggi si esce dal privato attraverso le piattaforme. La cucina, il corpo, la famiglia, il dolore, il lavoro, la lettura, la rabbia: tutto diventa contenuto. Qui il Reflusso tocca il suo punto più perfetto, e più paradossale. Ciò che era stato ritirato nel privato torna su come materiale pubblico, ma in forma piattaformata, monetizzabile, commentabile. Non riemerge come problema collettivo da affrontare; riemerge come spettacolo da consumare.
Il Riflusso privatizzava il sociale. Il Reflusso ripubblicizza il privato in forma sintomatica.





