Commedia in un atto, bollito misto di peer review, citazioni, finanziamenti e amore universale
Con Geoffrey Hinton nel ruolo di sé stesso
Ingresso vietato a cazzademici e bambini maggiorenni non accompagnati
Dramatis Personae
NPE, Noto Professor Epistemarca, custode del mondo scientifico che conta.
L’Incauto Professore, incline a chiudere dibattiti internazionali.
L’Impertinente, commentatore ostinato che continua a porre la stessa domanda.
Il Coro dei Postulanti e degli Epistemioti, sostenitori, critici, dilettanti e passanti.
L’Editor Invisibile, evocato, mai presente.
Tao e Fable, non personaggi di Winnie the Pooh, pare.
Gary Marcus, supposto bollito.
Geoffrey Hinton, nel ruolo di sé stesso
Piccioni, nel ruolo di sé stessi
Con la partecipazione amichevole e straordinaria di Felice Caccamo e del Professor Catrame.
Dedicato al tenero Epistemarca, pasticcino pasticcione
«Bisogna vedere chi è che comanda… è tutto qua.»
Humpty Dumpty, in Lewis Carroll, Attraverso lo specchio
Metti che un pomeriggio sei in mutande e infradito, apri Facebook sperando di trovare reel con ballerine di samba e merengue e invece ti trovi il Noto Professor Epistemarca, da qui in poi NPE, che nei commenti a un post epistemizza quello che chiameremo l’Incauto Professore, da qui in avanti l’Incauto.
«Hai sempre il tono di chi ha appena chiuso un dibattito internazionale», lo epistema NPE.
Non ha gradito che l’Incauto, partendo da alcune prestazioni dei modelli LLM, abbia dato per praticamente chiusa la questione dell’intelligenza, che, lo sanno tutti, è tema di NPE, sua propria proprietà epistemarchica certificata e paperata.
NPE gli chiede quindi ex abrupto se Gary Marcus sia «bollito pure lui».
L’Incauto cade dall’amaca su cui dondolava: «non ho mai scritto che è bollito, non mi mettere in bocca accuse per piacere», in effetti il bollito è stato portato in tavola da NPE. Sembrava un pomeriggio normale e invece …
Ché, seppure non appaia dal seguito, il tema iniziale dunque è l’intelligenza: essa fa però solo una comparsata ed esce subito di scena.
(Ndt: a proposito di carrello dei bolliti, nei giorni precedenti NPE aveva spiegato ai suoi epistemianti che a Geoffrey Hinton «l’età fa brutti scherzi», libera traduzione: un vecchio bollito. Hinton non ha raccolto la provocazione, impegnato com’era a lucidare il Premio Turing e il Nobel per la fisica. Del resto il vecchio pezzo di lesso non ha neppure un paper in preprint su Arvix: che ce ne frega dunque a noi di Hinton?)
NPE ricorda agli epistemiati, nel caso l’avessero dimenticato, che lavora e parla spesso con questo Marcus (ndt: ma capisco l’emozione di avere a che fare con un genio, a me Ilya Prigogine strinse la mano; non la lavo da quel dì) e riprende in forma canzonatoria una precedente controversia, interessante come guardare asciugare la vernice su un muro, su Tao e Fable, che non sono due personaggi di Winnie the Pooh ma un matematico e una macchina, pare. Poi si avventura, in maniera piuttosto proiettiva, a distinguere il blog dalla pubblicazione scientifica, per concludere che quel modo di argomentare «provincializza il dibattito».
Il che, detto su Facebook tra foto di sessantenni in ciabatte e canottiera in vacanza a Pineto degli Abruzzi e video di opossum che svengono davanti allo specchio, fa abbastanza ridere.
In ogni caso, prima ancora di discutere l’argomento, viene stabilita l’epistemarchia, ossia chi possieda l’autorità per formularlo e amen.
L’Incauto risponde che il proprio manoscritto è in revisione da due mesi «nella rivista più importante del settore». È una caduta di stile da accademegliato, ma lo perdoniamo: NPE ha modi che farebbero saltare i nervi a san Giovanni Bosco durante la ricreazione degli oratoriani.
L’Incauto dopo avere dunque precisato di non avere mai dato del bollito a Marcus, non si esce dalla magia di MasterChef, pone una domanda più interessante: il concetto di cui NPE è autore indica ancora ciò che indicava all’inizio oppure, strada facendo, ha cambiato oggetto?
NPE per tutta risposta accusa l’Incauto di spostare continuamente il piano della narrazione, ah, maledetto storytelling!, e replica che il concetto «va avanti senza il tuo consenso».
È una frase notevole: alla domanda un po’ alla Deleuze «che cosa significa ormai il concetto?» viene risposto «il concetto va avanti», che fa molto manifesto social-comunista degli anni Cinquanta: non è chiaro avanti verso dove, ma opporsi significa in ogni caso non avere capito la Storia.
Che è risposta molto efficace per un brand, un po’ molto meno per un concetto. Ma che ci frega: ormai siamo in piena cazzademia. E poi, si sa, Deleuze era un cretino.
Il mondo scientifico, quello che conta
La discussione diventa ancora più pimpante quando entra in scena il Commentatore Impertinente, da ora in avanti soltanto l’Impertinente.
L’Impertinente non sembra avere frequentazioni o vincoli di parentela con Gary Marcus. Forse ama il bollito, ma non sappiamo nemmeno questo.
L’Impertinente pone una domanda difficile da scavallare: il nuovo concetto paperato da NPE distingue davvero un fenomeno autonomo oppure riciccia, sotto un nome più fresco, effetti già conosciuti? Spiega, predice o misura qualcosa che i concetti disponibili non descrivano già?
È la domanda che qualunque nuovo costrutto dovrebbe affrontare. Nel mondo reale intendo.
NPE risponde in stile flambloyant, detto anche gotico fiammeggiante: il concetto è stato pubblicato «benone» in peer review, ha ricevuto i complimenti dell’editor, raccoglie citazioni, apre linee di ricerca, ottiene finanziamenti e potrebbe diventare perfino un «rischio sistemico globale».
A rischio sistemico globale, e qui i più giovani mi perdoneranno la citazione da boomer, a me è venuta in mente la frittura di pesce “totale globale” di Felice Caccamo, allievo prediletto del celeberrimo professor Catrame.
L’Impertinente insiste, del resto non sarebbe impertinente se non lo facesse. La domanda rimane la stessa: il concetto aggiunge qualcosa oppure possiede soltanto un nome nuovo?
NPE rivela doti da trapezista, volteggiando da una credenziale all’altra: le citazioni arrivano da paper che implementano il concetto e il concetto aveva forse un altro significato, ma era in un altro paper— che è la versione paperante della celeberrima battuta de L’Ebreo di Malta di Cristopher Marlowe «Hai commesso…» «Fornicazione? Ma fu in un altro paese. E poi la ragazza è morta.» — e in ogni caso la linea di ricerca viaggia «benone».
Insomma, il concetto è ampiamente paperato: è stato pubblicato «benone» in peer review, ha ricevuto i complimenti dell’editor, raccoglie citazioni, apre linee di ricerca e ottiene finanziamenti e, come diceva Totò, «è la somma che fa il totale».
Da editor: esticazzi. Ma, non occupandomi di numeri, finirò sicuramente a fare compagnia a Deleuze nel parterre dei cretini o a tavola a Mergellina con Felice Caccamo e il professor Catrame.
NPE, non pago, ma solo momentaneamente perché i finanziamenti stanno arrivando, affonda il colpo: il «mondo scientifico, quello che conta» la pensa diversamente e invita l’interlocutore a «uscire dalla provincia», dove però si mangia bene e si spende meno, opinione di chi scrive.
«La realtà rimane questa», chiude apodittico NPE citando, a sua insaputa forse, la critica (sbagliata peraltro) di Samuel Johnson all’immaterialismo di George Berkeley.
È qui che il cazzademico doc si distingue dal cazzaro comune. Il cazzaro comune deve inventarsi l’autorità. Il cazzademico ce l’ha già e la usa come amplificatore.
Non è necessariamente incompetente. Può essere preparato, pubblicato, citato e perfino avere ragione su diversi punti. La cazzademicità non riguarda il contenuto delle sue conoscenze, ma ciò che accade quando quelle conoscenze incontrano una piattaforma e ne fanno un personaggio piattoformico.
Dall’epistemologia all’amore
Le obiezioni continuano e la discussione compie il passaggio classico dall’analisi concettuale alla psicologia dell’interlocutore, come succede al Bar dei cinesi sotto casa mia quando si accende una discussione sulla qualunque cosa dal Golfo di Hormuz alla pubalgia di Sinner.
NPE evoca la volpe e l’uva, l’invidia, l’odio e arriva infine all’amore che vince sempre, libera parafrasi di Virgilio statisticamente adatta alla gestione dei commenti ostili.
Chi non si fida di citazioni, fondi e complimenti ricevuti ad minchiam viene epistemiato. «Dovremmo odiare meno e accettarci di più», sbeffeggia in modalità cardinalizia NPE.
Cosa che mi trova d’accordo, anche se il barone dei miei tempi almeno ti cacciava dall’aula senza pretendere che l’espulsione contribuisse alla tua crescita emotiva.
Attorno ai duellanti si è formata nel frattempo, come in una piazza medievale, una piccola corte di sostenitori, critici, specialisti, dilettanti e postulanti, coloro che accorrono sotto un post, tra i quali il sottoscritto. Quasi tutti avevano aperto Facebook per guardare le fotografie dei cugini in vacanza a Vasto o la vicina di casa in bikini nella piscina gonfiabile del giardino.
Hinton non si fa vedere, probabilmente al parco a nutrire i piccioni.
Naturalmente anche gli interlocutori degenerano, che poi è il terreno sul quale NPE funziona meglio.
Prima la butta in caciara, poi aspetta che la caciara attecchisca e infine rimprovera agli altri di averla buttata in caciara. È una tecnica notevole: appiccare l’incendio e poi presentarsi come perito dei vigili del fuoco.
Chapeau per la costanza.
Compaiono quindi il «fantabosco accademico», che non è male come definizione ma continuo a preferire il mio «cazzademia», l’invito alla terapia, sempre consigliabile a tutti peraltro, e qualche altra amenità assortita.
Qualcuno prova a tornare sull’argomento, qualcuno distribuisce «touché» e io torno alle ballerine di samba e merengue, l’unica peer review che mi interessi
I piccioni tubano con Hinton.





