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Alda Merini come prodotto culturale di massa

da | Ago 24, 2026 | Filosofia e tecnologia, Intelligenza Artificiale, strettamente personale, Teoria della forma

Quando la sofferenza diventa un certificato estetico, la poesia una didascalia, il Principio di Maria Laura e l’intelligenza artificiale che rovina la festa

Lo dico subito, così ci togliamo il problema della diplomazia: per me Alda Merini non è una poetessa. È un prodotto culturale di massa.
Questo non significa che non abbia scritto qualche verso, o aforisma, riuscito. Persino i cattivi romanzieri azzeccano una pagina e gli editorialisti televisivi, nei giorni di particolare grazia, possono mettere insieme due frasi sensate. Significa che la sua importanza pubblica non dipende principalmente dalla qualità della sua poesia. Dipende dal personaggio Alda Merini: il manicomio, il dolore, gli amori, la marginalità, le fotografie in bianco e nero, le sigarette, il disordine, le collane, il viso diventato paesaggio della sofferenza. La poesia arriva dopo, spesso molto dopo. Spesso non arriva proprio.

Merini è diventata una funzione culturale. Il suo nome apposto sotto una frase le conferisce una profondità che la frase, lasciata sola, difficilmente riuscirebbe a procurarsi. Non importa neppure che l’abbia scritta davvero: una quantità notevole di versi, aforismi e banalità sentimentali circola da anni sotto il suo nome senza che quasi nessuno senta il bisogno di verificarne la provenienza. “Alda Merini” non indica più un’autrice. Indica un genere: una frase breve sull’amore, la follia, la libertà o il dolore, preferibilmente accompagnata da una fotografia suggestiva.

È un marchio di autenticità emotiva.

Non sono il primo a dirlo in termini così poco concilianti. Nel 2018 il critico Gian Paolo Serino pubblicò una stroncatura dal titolo difficilmente equivocabile: “Poetessa a vanvera. Alda Merini e il mito del nulla”. Serino prendeva di mira precisamente la sproporzione fra i veri lettori di Merini e la proliferazione di raccolte, inediti, versi dettati a voce o al telefono e frasi che Internet le attribuisce per mancanza di un autore migliore. Il suo giudizio è persino più liquidatorio del mio, ma il fenomeno che descrive è lo stesso: prima ancora che un’opera, “Alda Merini” è diventata la firma automatica di un’intera industria dell’intensità.

(Serino, curiosamente, è nato a Monza come me. Può darsi che esista un’intolleranza brianzola specifica alla poetessa dei Navigli: a noi monzesi Merini fa venire l’orticaria. Come criterio critico vale naturalmente zero. Ma almeno non pretende di trasformare un dato biografico in un giudizio sull’opera.)

Una frase mediocre firmata da una sconosciuta resta una frase mediocre. La stessa frase firmata Alda Merini diventa testimonianza, ferita, verità vissuta. Il nome agisce come un trasformatore estetico: prende poca corrente poetica e alza moltissimo il voltaggio simbolico.

Naturalmente, a questo punto arriva l’obiezione obbligatoria: ma lei ha sofferto davvero. Certo che ha sofferto davvero. Non è questo il punto. La sofferenza di una persona merita rispetto; la sua poesia merita un giudizio. Le due cose possono incontrarsi, ma non sono la stessa cosa. Si può avere una vita terribile e scrivere versi mediocri. Si può vivere un’esistenza relativamente tranquilla e produrre un’opera devastante. La biografia può illuminare un testo, non sostituirlo.

E invece da noi lo sostituisce di continuo.

Il CV del dolore

Abbiamo ereditato un’idea romantica dell’opera come traccia immediata dell’interiorità. Prima viene la ferita, poi il verso che la registra. Più autentica è la ferita, più autentico deve essere il verso. È una catena concettualmente debole ma emotivamente formidabile:

 sofferenza → autenticità → valore

La poesia non viene più giudicata per la trasformazione che compie sulla propria materia (che è la Lingua), ma per il costo umano che immaginiamo incorporato nelle parole. Il dolore diventa una specie di lavoro pregresso. Una forma di capitale biografico che piacerebbe molto forse a Floridi.
Qui il giudizio estetico e quello etico-morale si impastano fino a diventare indistinguibili. Criticare una poesia di Merini sembra quasi significare mancare di rispetto alla donna che ha conosciuto il manicomio. Dire che un verso è brutto viene percepito come una negazione della sofferenza da cui proviene. È un piccolo ricatto morale, spesso involontario, ma molto efficace.
La sofferenza diventa così una garanzia di qualità che nessun laboratorio sarebbe disposto a rilasciare per qualunque altro prodotto. Nessuno direbbe che una sedia è ben costruita perché il falegname ha avuto un’infanzia difficile. Con la poesia, invece, il passaggio ci sembra naturale.
Il motivo è semplice: non stiamo più trattando il testo come un’opera. Lo trattiamo come una reliquia. La reliquia vale perché è stata a contatto con il corpo del santo. Non deve dimostrare altro.
La poesia, ridotta a reperto biografico, viene sottratta proprio alla prova che dovrebbe affrontare: diventare forma. Il dolore è materia prima. Non è il risultato. Un blocco di marmo può essere raro, venato, estratto con enorme fatica e trasportato attraverso mezzo mondo. Resta un blocco di marmo finché qualcuno non ne ricava qualcosa.

Per un poeta — e, in generale, per chiunque faccia letteratura — la lingua non è semplicemente il mezzo con cui comunicare qualcosa: è IL problema. Se bastassero un’esperienza da raccontare e la capacità di metterla per iscritto, ogni persona alfabetizzata sarebbe ipso facto un letterato. Ma saper scrivere non significa fare letteratura, come saper andare a capo non significa fare poesia. Il giudizio estetico comincia precisamente nel punto in cui la lingua smette di essere un contenitore trasparente e diventa materia sottoposta a scelta, tensione e trasformazione.

La sofferenza dell’autore può spiegare un’opera ma non può assolverla dal compito di diventare forma altrimenti si finisce per scrivere delle castronerie come questa scritta da un “critico” sul “Corriere della Sera“: per la Merini i versi dovevano venir fuori di getto, come un fiotto di sangue da una ferita sempre aperta. (Il “Corriere della Sera” è stato in prima linea nella promozione santificazione della Merini, per motivi che non saprei spiegare, ecco un altro articolo equilibrato (…) del 2012: Alda Merini, talento indomito e precoce Con i suoi versi trasfigurò l’ospedale psichiatrico: divenne rivelazione e sigillo di un destino di diversa dove leggiamo perle come Sa addomesticare folle ignare di poesia con una voce da oracolo, con una presenza scenica da primadonna, consapevole d’altra parte che la sua vocazione e il suo talento sono autentici. 
Ove il punto più importane, voce dal sen sfuggita, è chiaramente “folle ignare di poesia”.

Perché proprio la poesia

Questo dispositivo non riguarda soltanto l’Italia, naturalmente. Anche altrove esistono il culto del poeta maledetto, l’estetica del trauma, la santificazione biografica. Ma in Italia la faccenda assume una forma particolarmente vistosa perché la poesia vive in una condizione curiosa: ha pochissimi lettori reali e un enorme prestigio simbolico.
I libri di poesia vendono poco. Le poesie, invece, circolano dappertutto. O meglio: circolano frammenti di poche righe che chiamiamo poesie perché vanno a capo più spesso della prosa.

Quasi nessuno legge una raccolta dall’inizio alla fine, ne segue l’architettura, confronta le diverse fasi di un autore o si domanda che rapporto ci sia fra un testo e l’altro. Ma moltissime persone condividono versi. Li usano per dichiarare uno stato d’animo, celebrare un lutto, mandare un messaggio obliquo a un ex, dimostrare sensibilità, arredare una fotografia di tramonto.

Internet non ha restituito un pubblico alla poesia. Ha trasformato il poeta nella didascalia della propria biografia.
La poesia di piattaforma ha infatti una caratteristica economicamente perfetta: il più basso costo di verifica e il più alto rendimento d’aura. Bastano quattro righe per produrre intensità. Bastano dieci secondi per leggerle, commuoversi e condividerle. Non occorre sapere da quale libro provengano, in quale momento siano state scritte, e spesso neppure se l’autore sia davvero quello indicato. Il nome famoso fornisce l’aura; il frammento fornisce la dose emotiva; la piattaforma provvede alla distribuzione.
Il lettore può così consumare prestigio poetico senza affrontare il fastidio vero della poesia.

Un romanzo oppone molta più resistenza. Puoi comprare un romanzo perché l’autrice ha avuto una vita tragica, ma dopo cinquanta pagine devono accadere alcune cose spiacevolmente letterarie: i personaggi devono reggere, la voce deve durare, la struttura deve produrre conseguenze, il ritmo non deve spegnersi. La biografia può portare il libro sul comodino; difficilmente riesce a leggerlo al posto tuo.
Se Merini avesse scritto un romanzo di trecento pagine con la stessa qualità media dei versi che le vengono attribuiti e celebrati, con ogni probabilità sarebbe caduto nel vuoto. Il romanzo obbliga il capitale biografico a convertirsi in forma. Il frammento poetico può vivere indefinitamente di rendita.

È anche per questo che la poesia è diventata il territorio ideale della confusione fra estetica ed etica. Richiede pochissimo testo per mettere in circolazione moltissima vita. Più precisamente: moltissimo racconto della vita.

Il controcampo. Viviane Lamarque

Per capire che cosa sia accaduto a Merini conviene affiancarle una poetessa quasi coetanea e altrettanto milanese d’adozione: Vivian Lamarque. Il confronto non serve a organizzare un concorso di bellezza poetica — anche perché non ci sarebbe gara a favore della Lamarque — né a sostenere che la seconda sia l’anti-Merini. Serve a isolare il meccanismo della notorietà.

Lamarque ha vinto il Viareggio Opera Prima nel 1981, il PEN, il Carducci, il Bagutta e, nel 2023, sia il Viareggio per la poesia sia la prima edizione dello Strega Poesia. Ha tradotto La Fontaine, Valéry, Prévert e Baudelaire, ha scritto fiabe e libri per bambini, collabora da decenni con il “Corriere della Sera”. È difficile immaginare un curriculum letterario più certificato. Eppure, fuori dal recinto dei lettori di poesia, il suo nome possiede una frazione dell’immediata riconoscibilità di quello di Merini.

Non perché le manchi una biografia dolorosa. Lamarque fu data in adozione a nove mesi, perse molto presto il padre adottivo e a dieci anni scoprì di avere due madri. Abbandono, adozione, ricerca delle origini, lutto e psicoanalisi attraversano la sua opera. Ci sarebbe materiale sufficiente per costruire un personaggio tragico pronto per il consumo. Soltanto che quel materiale non è stato organizzato in una maschera pubblica altrettanto stabile. Lamarque è rimasta soprattutto autrice di libri; Merini è diventata una storia che consente di non leggere i libri.

Lamarque non è neppure un caso isolato. Amelia Rosselli, nata appena un anno prima di Merini, attraversò l’assassinio fascista del padre e dello zio, l’esilio, la sofferenza psichica e il suicidio senza diventare una santa da social: la complessità della sua lingua continua a frapporsi fra la vita e il consumo della vita. Jolanda Insana, nata nel 1937, vinse il Viareggio e costruì un’opera corrosiva e linguisticamente radicale che il pubblico generalista quasi ignora. Margherita Guidacci, segnata fin dall’infanzia da lutti e malattie familiari, fu una notevole poetessa e traduttrice di Emily Dickinson. Nadia Campana lasciò una cinquantina di poesie, tradusse Dickinson e morì suicida a trent’anni; la sua opera fu raccolta soltanto dopo la morte da Milo De Angelis e Giovanni Turci. Helle Busacca trasformò il suicidio del fratello nei “Quanti del suicidio”, facendo del lutto un atto di accusa sociale. Fernanda Romagnoli, stimata fra gli altri da Attilio Bertolucci, conobbe invece quel più discreto destino letterario che consiste nell’essere pubblicata, apprezzata e poi quasi cancellata.

Non sto proponendo una graduatoria del dolore né sostenendo che queste autrici si equivalgano. Al contrario: i loro linguaggi sono lontanissimi. La costellazione serve a mostrare che né la sofferenza né il riconoscimento critico producono automaticamente notorietà di massa. Occorre una biografia che possa essere ridotta a poche immagini coerenti e un’opera che quelle immagini riescano a precedere, spiegare e infine sostituire.
Si potrebbe dire che Lamarque sia meno “facebookabile”. In realtà lo sarebbe benissimo. La sua lingua piana, le poesie brevi, l’ironia, gli animali, gli affetti familiari e persino un titolo come L’amore da vecchia” offrono materiale molto più condivisibile di parecchia poesia programmaticamente oscura. Ma essere citabili non basta. Per funzionare come icona occorre che tutte le citazioni sembrino emanare dallo stesso personaggio. Nel caso Merini ogni frase, vera o falsa, può essere ricondotta alla santa laica del dolore, della follia e dell’amore. Lamarque non offre una sagoma altrettanto elementare: la sua apparente semplicità è attraversata da distanza, umorismo, ambivalenza. Si lascia citare, ma si lascia santificare meno facilmente.

Un confronto rudimentale ma istruttivo si può fare aprendo le due pagine di Wikipedia. Quella di Lamarque è una breve biografia compatta seguita da opere e premi. Quella di Merini si espande in episodi, relazioni, ricoveri, apparizioni, fotografie, documentari, premi, omaggi e fasi spirituali. A un certo punto compare perfino il titoletto: “La sua vita, più bella della poesia”.
Va detto, per correttezza, che la formula non è stata inventata da un wikipediano particolarmente sincero: riprende il titolo del cofanetto Einaudi “Più bella della poesia è stata la mia vita”. Ma proprio questa origine rende il dettaglio più interessante. La prevalenza della vita sull’opera non è una malignità dei detrattori. È stata incorporata nella confezione editoriale e poi assorbita nella memoria pubblica. La pagina enciclopedica non crea da sola la sproporzione: la registra.

Wikipedia, naturalmente, non è un misuratore scientifico della fama né del valore. Le sue pagine dipendono dal lavoro contingente dei collaboratori. Ma qui è utile come sismografo della domanda culturale: per Lamarque vogliamo sapere che cosa ha scritto e quali premi ha ricevuto; per Merini vogliamo sapere che cosa le è successo. Alla prima chiediamo un’opera. Alla seconda una vita.

 Una marginale al centro del salotto

C’è poi un’altra semplificazione da smontare. Nella vulgata popolare Merini appare come una poverella dei Navigli, emersa quasi spontaneamente dalle case popolari di Milano con un quaderno in mano, respinta dall’istituzione e riconosciuta soltanto dal popolo. È un’immagine che contiene elementi veri — l’origine non privilegiata, la guerra, i ricoveri, le autentiche difficoltà economiche degli anni Ottanta — ma li dispone in modo da produrre una marginalità continua e assoluta.

La sua storia letteraria è diversa. Ancora adolescente, attraverso l’insegnante Silvana Rovelli e Angelo Romanò, Merini arrivò a Giacinto Spagnoletti, guru d’antan dell’Italia in versi. Dal 1947 frequentò la sua casa milanese, dove incontrò Maria Corti, David Maria Turoldo, Luciano Erba e Giorgio Manganelli, con il quale ebbe anche una relazione. La prima opera della poetessa con la casa editrice Schwarz rischiava di non vedere mai la luce a causa della mancanza di fondi e venne finanziata da Ida Borletti, non propriamente una raccolta fondi organizzata dalla sciura Maria delle case popolari. Nel 1950 due sue poesie apparvero su “Paragone” e altre due nell’antologia “Poesia italiana contemporanea 1909-1949” curata da Spagnoletti per Guanda; l’anno seguente entrò, su suggerimento di Montale e Maria Luisa Spaziani, nell’antologia “Poetesse del Novecento” di Scheiwiller. A vent’anni non era una voce che bussava invano alla porta della cultura ufficiale: era già stata introdotta in uno dei nodi più fitti della cultura milanese e nazionale.

Persino il dettaglio degli analisti racconta una realtà poco periferica. Dopo il primo ricovero, Manganelli, Erba e Turoldo la indirizzarono verso Franco Fornari e Cesare Musatti. È più prudente parlare di invio o di consulti che affermare, senza altra documentazione, che svolse con entrambi una vera e propria analisi. Ma i nomi contano: Musatti fu il grande organizzatore della psicoanalisi italiana; Fornari, suo allievo, sarebbe diventato uno dei suoi protagonisti e avrebbe ricoperto incarichi universitari di primo piano. Non esattamente due psicologi di passaggio del servizio territoriale.

Questo non rende meno reali la malattia, l’internamento o la povertà successiva. Le reti culturali non vaccinano contro la sofferenza e spesso non garantiscono neppure una rendita. Impedisce però di raccontare Merini come un corpo estraneo alla cultura alta, raccolto dalla strada quando la sua autenticità divenne finalmente evidente. La Merini fu interna a quel mondo molto presto, poi ne uscì, vi rientrò, ne fu sostenuta e infine trasformata in caso anche grazie alla televisione.

La distinzione è importante perché “prodotto culturale di massa” non significa personaggio inventato a tavolino. Nessuno ha dovuto fabbricare il manicomio, la precarietà o il dolore. Il lavoro dell’industria culturale è stato più sottile: selezionare alcuni tratti veri, ripeterli fino a farne un’identità totale e usare quell’identità come scorciatoia per giudicare ogni testo. Negli anni Novanta giornali e televisioni costruirono il “caso Merini”; come osserva anche il “Dizionario Biografico degli Italiani”, la storia della poetessa internata faceva audience e la televisione finì spesso per cavalcarne la stranezza più del talento.

La poverella dei Navigli e la frequentatrice dei salotti buoni della cultura milanese sono la stessa persona. La mistificazione comincia quando conserviamo soltanto la prima perché rende meglio in fotografia.

Prima dell’intelligenza artificiale c’era già l’umanometro

Che cosa c’entra tutto questo con gli LLM? Molto più di quanto sembri.
Da quando i modelli linguistici producono testi plausibili, una parte consistente del dibattito culturale si è trasformata in una gigantesca indagine genealogica. Chi ha scritto questo testo? Quanto ne ha scritto la macchina? L’autore ha faticato abbastanza? Ha pensato personalmente ogni frase? Ha sofferto almeno un poco durante la stesura?

Le piattaforme cominciano a esporre avvisi del tipo “sembra contenuto IA scadente”. I rilevatori promettono di distinguere l’umano dall’artificiale con percentuali ridicole. Nasce il mercato degli “umanizzatori”, parola già in sé meravigliosa e inquietante: macchine che modificano testi prodotti dalle macchine per farli passare ai controlli effettuati da altre macchine, incaricate di certificare la presenza dell’uomo.

L’umanometro, però, non nasce con gli LLM. Esiste da molto tempo. Prima non misurava i prompt: misurava il sangue lasciato sulla pagina.
Il caso Merini è precisamente un umanometro analogico. Il testo viene considerato autentico perché dietro di esso si vede una persona che ha pagato quelle parole con la propria vita. La provenienza biografica garantisce il significato; il sacrificio garantisce il valore.
L’intelligenza artificiale manda in crisi questo patto perché produce forme linguistiche senza possedere una biografia, almeno nel senso in cui la intendiamo noi. Può scrivere una poesia sul dolore senza avere sofferto. Può formulare una frase capace di commuovere qualcuno senza essere commossa. Può emettere significato senza possederlo come esperienza interiore. Ho provato a leggere gli LLM come un esperimento per sottrazione: tolti il corpo, l’intenzione e la biografia, il linguaggio continua a funzionare.
Questa possibilità sembra scandalosa soltanto se abbiamo già deciso che il significato debba essere la proprietà privata di una coscienza e che il valore di un testo dipenda dalla sofferenza di chi lo produce.

Ma non è così. Un testo può significare più di quanto il suo autore abbia consapevolmente inteso. Un lapsus può essere significativo senza essere intenzionale. Una battuta involontaria può far ridere. Una frase può acquistare un senso nuovo in un contesto che chi l’ha scritta non poteva prevedere. Freud ha costruito una parte decisiva del proprio lavoro sull’idea che il discorso sappia qualcosa che il parlante non sa. L’ermeneutica novecentesca, con linguaggi diversi, ha ripetuto che il significato di un testo non coincide con la proprietà mentale dell’autore.

Poi sono arrivati gli LLM e molti hanno improvvisamente restaurato il corriere semantico: prima il significato deve trovarsi nella testa di qualcuno, poi viene inserito nelle parole e consegnato al lettore. Se dietro le parole non troviamo una coscienza sofferente, dichiariamo vuoto il pacco.

Il valore sacrificale della fatica

La stessa struttura compare oggi nel lavoro. Un consulente consegna rapidamente un’analisi svolta con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Il cliente non contesta i dati, il metodo o le conclusioni: contesta lo “sforzo” impiegato per stendere il documento.
Il destinatario non valuta il prodotto; ricostruisce il sacrificio che presume incorporato nel prodotto. Se il tempo diminuisce, deve essere diminuita anche la cura. Se la macchina ha svolto una parte del lavoro, il lavoro umano complessivo viene cancellato.

La catena è:

 meno tempo → meno fatica → meno cura → meno valore

In realtà molte persone non comprano soltanto un risultato. Comprano il racconto del tempo impiegato, della rarità delle competenze, delle notti trascorse a lavorare. Vogliono comprare una certa quantità di vita sacrificata. Quando l’intelligenza artificiale riduce quel costo, molti non percepiscono un aumento di produttività ma una sottrazione morale: non ti sei impegnato abbastanza per me.

Nella poesia il sacrificio è biografico. Nel lavoro è produttivo. Nell’arte è creativo. Ma la struttura non cambia: il risultato viene valutato attraverso il costo umano che si presume abbia richiesto.

Gli LLM non stanno semplicemente abbassando il costo della scrittura. Stanno separando il valore d’uso di un testo dal suo valore sacrificale. Per questo provocano reazioni tanto sproporzionate. Non minacciano solo mestieri o compensi; minacciano il racconto morale che per secoli ha giustificato quei compensi e quelle gerarchie.
Nell’epoca dell’intelligenza artificiale il valore non scompare: cambia sede. Quando produrre parole diventa facile e abbondante, il valore si sposta dalla stesura alla scelta, dall’esecuzione al giudizio, dalla quantità di tempo consumato alla capacità di formulare il problema, verificare il risultato e assumerne la responsabilità. La scrittura perde una parte del proprio valore di scarsità, non necessariamente del proprio valore d’uso. È questo slittamento a risultare intollerabile: continuiamo a cercare il valore nel lavoro visibile proprio mentre il lavoro decisivo si trasferisce in operazioni meno visibili — selezionare, scartare, correggere, collegare, decidere. La macchina rende economica la produzione; non rende automatico il criterio.

Il principio di Maria Laura

A scuola avevo una compagna, Maria Laura, che studiava tutto a memoria senza capire quasi nulla di ciò che aveva studiato. Restituiva la lezione, a volte pure bene, e il sistema certificava la sua preparazione. Nessuno convocava una commissione per verificare se dietro quelle frasi ci fosse comprensione autentica. Bastava che l’output coincidesse con quello previsto.
Da questo modesto reperto scolastico si può ricavare un principio epistemologico più solido di parecchi paper accrocchiati da professori di statistica sull’intelligenza artificiale:

la provenienza umana di un enunciato non garantisce che sia stato compreso da chi lo produce; la provenienza macchinica non impedisce che venga compreso da chi lo riceve.

Il Principio di Maria Laura rovina la festa a entrambi gli schieramenti in campo. Non ci autorizza ad attribuire coscienza alla macchina perché scrive bene ma non ci permette neppure di dichiarare semanticamente nullo ciò che produce soltanto perché non possiede una coscienza umana.

Maria Laura ci costringe quindi a distinguere almeno tre cose che il dibattito (si fa per dire dibattito) continua a mescolare:

  • produrre un’espressione significativa,
  • usarla coerentemente in un contesto  
  • vivere soggettivamente il suo significato.

Gli LLM fanno certamente la prima cosa, spesso mostrano capacità sorprendenti nella seconda, mentre non abbiamo ragioni sufficienti per attribuire loro la terza nel senso umano.

Ma per difendere il monopolio umano del significato si definisce “vero significato” soltanto la terza cosa e si cancellano le prime due per decreto. È una dogana ontologica: la macchina può scrivere, argomentare, tradurre, correggere, sorprendere e perfino modificare il nostro modo di vedere un problema, ma alla frontiera le mancano i documenti del “vero significato”.

Il problema non è quanto soffri, è scrivere per creare una Forma

Non sto sostenendo che la biografia non conti. Conta moltissimo per la storia della cultura, per comprendere le condizioni di produzione di un’opera, per ricostruire conflitti, esclusioni, privilegi e traumi. Conta anche sapere se un testo sia stato prodotto con un LLM, soprattutto quando sono in gioco responsabilità, frode, valutazione scolastica o obblighi professionali.
Ma una cosa è usare la genealogia per comprendere un’opera. Un’altra è usarla per emettere automaticamente il giudizio.
Un testo umano può essere seriale, prevedibile, privo di necessità e falso nei dati. Un testo assistito dall’intelligenza artificiale può contenere un’intuizione, riorganizzare un problema, aprire una ricerca, produrre una forma nuova nella relazione con chi lo usa. La firma non garantisce nulla. Il prompt neppure.

La domanda interessante non è quanto dolore o quanta fatica si trovino dietro il testo. È che cosa sia accaduto a quella materia nel passaggio alla forma. Il dolore è stato trasformato oppure semplicemente esibito? L’esperienza privata è diventata esperienza disponibile per altri oppure ci viene chiesto di venerarla? L’intelligenza artificiale è stata usata come moltiplicatore di formule oppure come interlocutore, archivio, vincolo e strumento di verifica? Il testo regge oppure vive della propria genealogia?
Sono domande più difficili del controllo di provenienza. Richiedono critica, confronto e tempo. Per questo preferiamo il bollino come sulle uova: “prodotto da umano allevato a terra”.
“Scritto da un essere umano” sta diventando la nuova fascetta editoriale, come “storia vera” o “ispirato a fatti realmente accaduti” Non descrive necessariamente la qualità del testo.
 Offre al lettore una garanzia morale: qualcuno, da qualche parte, ha faticato davvero.
(A latere:“Mein Kampf” è stato scritto da un uomo.)

La macchina rovina la rendita

L’intelligenza artificiale non minaccia la grande poesia. Una poesia capace di creare forma, resistere alla rilettura e modificare la lingua non viene resa meno grande dal fatto che un modello possa produrre migliaia di versi mediocri. Di versi mediocri ne produciamo già in quantità industriale senza bisogno di GPU Nvdia di ultima generazione.
La macchina minaccia qualcosa di molto più fragile: la rendita biografica della poesia mediocre.
Se un modello può generare in pochi secondi la stessa frase intensa sull’amore, il dolore e la libertà che ieri acquistava profondità grazie a una fotografia in bianco e nero, siamo costretti a domandarci dove risiedesse davvero il valore. Nella forma? Nell’effetto? Nel nome? Nella sofferenza certificata?

È una domanda che non riguarda soltanto le macchine. Riguarda il modo in cui abbiamo costruito una parte consistente della cultura: non scegliendo sempre le opere migliori, ma quelle accompagnate dal racconto più spendibile. La vittima, il genio, il folle, il maledetto, l’escluso, il sopravvissuto. Personaggi diversi, stessa funzione: fornire all’opera il valore che l’opera non riesce a produrre da sola.

Merini è stata un prodotto culturale di massa proprio perché ha condensato perfettamente questo dispositivo. Una vita dolorosa trasformata in marchio, il marchio trasformato in criterio estetico, il criterio estetico trasformato in contenuto condivisibile. Non una poetessa diventata popolare, ma una figura popolare che ha reso poetico tutto ciò che poteva esserle appeso sotto.

Gli LLM hanno il cattivo gusto di mostrare che la forma può circolare senza il santo, la reliquia e il certificato di sofferenza. Non dimostrano che una macchina sia cosciente, né che la vita dell’autore sia irrilevante. Dimostrano qualcosa di più modesto e forse più irritante: il significato emesso non coincide necessariamente con un soggetto che lo possiede, e la provenienza umana non garantisce alcuna superiorità estetica.

Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’uomo non chiede più alla macchina di dimostrare di essere intelligente. Le chiede di controllare che lui sia ancora umano.

E magari di certificare che ha sofferto abbastanza.

Dizionario dei neologismi usati nel testo

umanòmetro, s. m.

Dispositivo algoritmico, comunitario o inquisitoriale impiegato per misurare il tasso di umanità presente in un testo, generalmente senza definirla. Un testo è dichiarato umano quando contiene una quantità rassicurante di imperfezioni, fatica esibita e luoghi comuni non attribuibili con certezza a una macchina.
Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’uomo non chiede più alla macchina di dimostrare di essere intelligente. Le chiede di controllare che lui sia ancora umano.
Non si misura più la macchina sul modello dell’uomo ma l’uomo sul sospetto della macchina. È il cosiddetto test di Anti-Turing.

Il testo era convincente, ma non ha superato l’umanometro.
Per superare l’umanometro, l’autore introdusse tre errori grammaticali e un ricordo d’infanzia.
Benché l’avesse scritto interamente di suo pugno, l’umanometro rilevò nel testo un 13 per cento di intelligenza artificiale.

Nota d’uso. L’umanometro è una variante testuale e rovesciata del test Voigt-Kampff: non cerca l’androide nascosto nell’uomo, ma la macchina nascosta nella frase. Poiché però misura soprattutto esitazioni, refusi e imperfezioni riconoscibili, finisce per insegnare alle macchine come sembrare umane e agli uomini come dimostrare di non essere macchine.

Principio di Maria Laura, loc. s. m.
Principio secondo cui la provenienza umana di un enunciato non garantisce che esso sia stato compreso da chi lo produce; simmetricamente, la sua provenienza macchinica non impedisce che venga compreso da chi lo riceve.

La commissione premiò la risposta perfettamente recitata, offrendo un’ulteriore conferma del principio di Maria Laura.

Nota d’uso. Il principio permette di distinguere la comprensione dalla certificazione anagrafica del parlante. È frequentemente violato dall’umanometro, che attribuisce profondità all’enunciato umano per diritto di nascita e vuoto semantico a quello artificiale per difetto genealogico.

Cover del libro La Macchina Morbida di Roberto Errichelli
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