Domenica, al Pirelli Hangar Bicocca, davanti (o meglio: dentro) alle opere di Nan Goldin, mi è tornata in mente una vecchia verità: anche l’arte più progressista parla la lingua dell’Impero.
Goldin — fotografa americana che da decenni racconta sesso, dolore e dipendenza — espone qui le sue battaglie personali come atti politici.
Ma lo fa in inglese americano: la lingua che domina il mercato, le istituzioni e la memoria visiva del mondo. L’inglese non è solo un mezzo: è una cornice invisibile che decide chi è “universale” e chi no.
Gli imperi non traducono: fanno tradurre.
Chi domina impone la sua lingua.
E nemmeno se ne accorge.





