In Cina, pare, chi vuole parlare online di medicina, finanza, diritto o educazione dovrà possedere una laurea — o, come dicono, “qualifiche rilevanti” — nel settore.
A prima vista sembra ragionevole.
E infatti già immagino gli entusiasti digitali sventolare bandierine cinesi.
(Sono spesso gli stessi che hanno crisi d’orticaria quando l’Unione Europea regola la frutta o la privacy, ma lasciamo perdere: non parlo di politica per principio, da anni.)
Poi ci pensi un attimo, e l’entusiasmo evapora.
L’idea che solo i “competenti certificati” possano parlare suona come buon senso, ma è controllo travestito da ordine.
Non serve a proteggere il pubblico dagli incompetenti: serve a proteggere il potere dal dissenso.
La competenza non è garanzia di etica.
E una laurea non è una patente di coscienza.
Josef Mengele era un medico: ad Auschwitz sperimentava sui gemelli, spesso uccidendone uno per sezionare l’altro.
Se avesse avuto LinkedIn, avrebbe probabilmente pubblicato un carousel con i risultati, corredato da un titolo accattivante.
Sarebbe andato bene: era “qualificato”, no?
Il punto è che la maggior parte delle persone — anche qui — non pensa due volte.
Legge il titolo, condivide, applaude la misura come se fosse una soluzione.
Non compie il secondo passo: chiedersi chi decide cosa vale come qualifica, con quali criteri, e con quale potenziale abuso di potere.
È il meccanismo della prima impressione che diventa politica: semplice, viscerale, pericoloso.
Spingiamola fino in fondo: se davvero si potesse parlare solo di ciò per cui si è certificati, la conversazione pubblica morirebbe.
(O forse, visto il livello medio, non sarebbe neanche una tragedia.)
Ognuno di noi verrebbe ridotto a un’area di competenza strettissima — e spesso neppure a quella, perché l’interpretazione “ufficiale” può cambiare domani.
Qualcuno di voi ha una “certificazione” in vita vissuta?
La cultura serve proprio a questo: permettere contaminazioni e dissensi, far parlare un insegnante di lettere di scienza, un operaio di filosofia, un medico di poesia.
Sono queste sovrapposizioni che generano pensiero critico — l’unica cosa che un timbro non potrà mai garantire.
Il rischio è chiaro: oggi serve un titolo per parlare, domani servirà un permesso per pensare.
Il problema non è chi parla troppo: è chi non sa più ascoltare con giudizio.
Non servono più divieti ai parlanti.
Serve che chi ascolta torni a esercitare la propria intelligenza.





