Sarà che sono arrivato ad una età, non troppo vecchio ma sicuramente non più giovane, nella quale, smussate o sopite addirittura certe asperità giovanili, eroici furori, tendo ad assistere al mondeggiare del mondo – di Welt weltet, per usare le parole del fenomenologo con i calzoncini alla zuava – di questo misterioso girare e rigirare del globo terrestre, come fosse contenuto in una sfera, in una palla di vetro tenuta in mano da un bambino iperattivo, solo in questo modo, credo, si possa descrivere il particolare rapporto tra Martin, zuavato autore del discorso di rettorato nel pieno del suo zelo nazista e la sua giovanissima e dotatissima allieva – d’ingegno, s’intende – ed ebrea per di più, Hanna: durato decenni, ambigua eppure affascinante storia, d’amore?, con lei che gli scrive dall’America, dove si era rifugiata e sposata per sfuggire ai glorificati dal rettore, “mio carissimo amico, cui sono stata insieme fedele e infedele, ma sempre nell’amore”, e se non è questa la storia che meglio descrive l’ambiguità fondamentale dei rapporti umani, e lo scarto tra quello che si è, quello che si dice, quello che si scrive e quello che si fa, ebbene, non saprei cos’altro potrebbe illustrarlo meglio – e quindi, dicevo, assisto al mondeggiare del Mondo con curiosità mista a un certo snobistico, l’ho detto!, disprezzo, tipico di quell’individuo che, sempre per via dell’età più che per meriti propri e dopo milioni di parole lette e scritte, finalmente si senta all’altezza di leggere da cima a fondo “La ricerca del tempo perduto”, sempre iniziato, sempre abbandonato poco dopo l’uscita da Combray, salvo sporadiche sortite tra le fanciulle in fiore e i Guermantes – e contempla, tra il divertito e il perplesso, la metamorfosi di periti industriali, maestre d’asilo, triennalisti di psicologia, prima in esperti di geopolitica, attenti glossatori della Dichiarazione Balfour e cattedratici esperti di decolonizzazione dei paesi medio orientali, e ora in cultori di quella branca di studio particolare e irta di problemi – che navigano, è il caso di dirlo, dalle bandiere di comodo ai diritti di pesca nelle acque contese – che va sotto il nome di Diritto Marittimo, e con questi pensieri entro in un supermercato, con l’intenzione di comprare qualsiasi cosa purché non pubblicizzata da Sinner – non per avversione nei confronti dello sportivo pel di carota, di cui francamente mi importa meno del meno, quanto per proustiana sfida intellettuale – e ne esco, dopo lungo girovagare tra gli scaffali, con una scatola di assorbenti, con alette, e un pacco da un chilogrammo di sale grosso.
Alda Merini come prodotto culturale di massa
Quando la sofferenza diventa un certificato estetico, la poesia una didascalia, il Principio di Maria Laura e l’intelligenza artificiale che rovina la festa Lo dico subito, così ci togliamo il problema della diplomazia: per me Alda Merini non è una poetessa. È un...





