Intervengo per motivi strettamente personali.
Da Monza a Milano: gli anni dei circoli e delle fanzine
A diciotto anni, forse qualcosa meno o qualcosa più, prendevo il mio sfigatissimo Garelli blu monomarcia partivo da Monza e attraversavo Milano (zona Bande Nere se non ricordo male, un viaggio intergalattico con un Garelli) per andare al Circolo City, un circolo di appassionati di fantascienza nascosto in una cartolibreria. Lì si faceva una fanzine ciclostilata e graffettata, roba da pre-Gutenberg, con pagine ruvide e giallastre, inchiostro incerto che ti rimaneva sui polpastrelli e punti metallici che se non stavi attento ti aprivano i polsi mentre la sfogliavi.
Era un mondo piccolo, laterale, un po’ carbonaro. In ogni caso ci sentivamo degli eletti — oggi si direbbe forse nerds — gente che leggeva, discuteva, litigava di astronavi, imperi galattici, androidi, paradossi temporali, universi alternativi. Ma in realtà, sotto quella superficie un po’ ingenua e meravigliosa, si discuteva d’altro: potere, libertà, corpo, tecnica, guerra, comunità, identità, destino dell’umano.
Insomma: la fantascienza, per me, non è mai stata “il futuro”. È stata una delle prime forme attraverso cui ho imparato che la letteratura può pensare di traverso.
Il caso Covacich: l’orrore del criterio sbagliato
Per questo l’intervento di Mauro Covacich contro la fantascienza, almeno per come è stato ricostruito e discusso, mi interessa. Non perché sia una tesi particolarmente forte. Forse proprio per il contrario: perché è costruita su un criterio talmente debole — sciocco? — da generare, per reazione, una quantità enorme di senso attorno a sé.
Centinaia di commenti, repliche, precisazioni, controesempi, genealogie, difese del genere, irritazioni assortite. Non horror vacui, forse horror criterii: il terrore davanti al criterio sbagliato.
Il criterio, in sostanza, sarebbe questo: la fantascienza avrebbe fallito perché non ha previsto correttamente il futuro.
Ora, si può andare contro la fantascienza. Si può andare contro qualsiasi genere letterario. Si può sostenere che molta fantascienza sia mediocre, ripetitiva, ideologica, infantile, tecnicamente povera, narrativamente pigra. Tutto vero, in parte. Ma vale per la fantascienza come per il romanzo borghese, il giallo, l’autofiction, la poesia civile, il memoir famigliare e il racconto minimalista di gente che fuma guardando il frigorifero.
Il problema non è andare contro la fantascienza.
Il problema è andarci contro con un’idea di fantascienza da quarta di copertina del 1937.
La previsione contro la forma
Giudicare la fantascienza dalla sua capacità di prevedere il futuro è un po’ come giudicare la tragedia greca dalla sua utilità come consulenza familiare, o Kafka dalla precisione con cui anticipa la modulistica amministrativa. Certo, ci sono padri, colpe, burocrazie, processi, metamorfosi, castelli. Ma non è quello il punto. O meglio: il punto non è la coincidenza esterna. È la forma dell’esperienza che quelle opere rendono visibile.
La fantascienza non è meteorologia tecnologica.
Non vale perché indovina o sbaglia il gadget, l’astronave, il computer, il pianeta, il trapianto, il robot, il viaggio interstellare. Vale quando costruisce una forma capace di rendere leggibile un mutamento possibile. Può sbagliare la data e avere ragione sulla struttura. Può sbagliare la macchina e avere ragione sull’alienazione. Può sbagliare il dispositivo tecnico e vedere benissimo il dispositivo sociale.
Il futuro, nella fantascienza, è spesso un pretesto formale.
Non è il vero oggetto.
È una distanza.
Serve a rendere il presente abbastanza estraneo da poterlo finalmente guardare.
In questo senso la fantascienza è meno una letteratura del futuro che una tecnica di straniamento del presente. Prende qualcosa che esiste già, una tensione, una paura, una trasformazione, una promessa, un potere, una deriva, e la sposta più avanti o più lontano. Non per profetizzare, ma per deformare. E deformando, far vedere.
Il punto non è se Philip K. Dick abbia previsto esattamente le nostre tecnologie. Il punto è che ha costruito forme narrative per pensare identità instabile, simulacro, paranoia, realtà amministrata, collasso del confine tra umano e artificiale.
Il punto non è se Ballard abbia indovinato il futuro. Il punto è che ha capito l’interno psichico della modernità tecnica.
Il punto non è se Ursula Le Guin abbia previsto società future reali. Il punto è che ha usato mondi alternativi per mettere in crisi le nostre evidenze morali, politiche e antropologiche.
E il punto non è nemmeno se Heinlein abbia “previsto” qualcosa nel senso banale del termine. Il punto è che dentro Heinlein si poteva discutere di cittadinanza, militarismo, responsabilità, libertà individuale, anarchia, comunità, corpo, religione, sessualità, appartenenza. Straniero in terra straniera non è importante perché abbia previsto il futuro — non vorrei che Covacich andasse per orfanotrofi a cercare un bambino terrestre nato su Marte. È importante perché è diventato, nel bene e nel male, una specie di Bibbia hippy, un oggetto culturale capace di far pensare una generazione attorno a desiderio, comunione, estraneità, linguaggio, possessione del corpo e reinvenzione del legame sociale.
La fantascienza faceva pensare.
Non sempre bene, non sempre profondamente, non sempre senza ingenuità. Ma faceva pensare. E spesso lo faceva proprio perché spostava le domande fuori dal salotto realistico, fuori dalla psicologia domestica, fuori dal piccolo destino individuale. Le metteva su Marte, in un impero galattico, in una colonia lunare, in una società telepatica, in un mondo postumano. E proprio lì, travestite da futuro, quelle domande tornavano a riguardare noi.
È qui che l’obiezione “non ha previsto il futuro” diventa quasi comica. Dice molto meno sulla fantascienza che sull’idea scolastica di fantascienza da cui parte chi la formula.
Il genere sf non fallisce quando non azzecca la previsione. Fallisce quando non produce forma. Fallisce quando si limita al fondale, al gergo, all’astronave di cartone, al futuro come arredamento. Ma questo non è un problema della fantascienza. È un problema della cattiva letteratura. E la cattiva letteratura, temo, è un genere trasversale.
C’è poi un dettaglio interessante. Un articolo “contro la fantascienza” così impostato finisce per comportarsi esso stesso come un piccolo oggetto fantascientifico: una macchina discorsiva a bassa complessità che attiva attorno a sé un ecosistema di reazioni. Un dispositivo quasi vuoto che produce campo. Lettori, scrittori, critici e appassionati si precipitano a riempire il vuoto, a correggere, precisare, ricordare, distinguere.
Non per difendere la fantascienza come una patria offesa, ma per difendere una distinzione minima: una cosa è la previsione, un’altra è la forma.
La previsione chiede: che cosa accadrà?
La fantascienza, quando funziona, chiede: che cosa sta già accadendo sotto forma di possibilità?
Il presente è già fantascientifico
Questa è la differenza. La fantascienza non ci interessa perché sa dire se avremo automobili volanti, colonie su Marte o androidi domestici. Ci interessa perché sa costruire scenari in cui alcune forze del presente diventano finalmente leggibili: la tecnica, il potere, il corpo, la specie, il desiderio, la sorveglianza, la catastrofe ecologica, l’intelligenza artificiale, la memoria, l’identità.
Anzi, oggi il punto è forse ancora più radicale: il presente stesso è diventato fantascientifico. Non perché viviamo in un romanzo cyberpunk con le luci al neon, ma perché molte strutture della nostra vita quotidiana sono già opache, tecniche, algoritmiche, distribuite, non immediatamente percepibili. Piattaforme, modelli linguistici, reti finanziarie, biotecnologie, sorveglianza, infrastrutture digitali, automazione cognitiva: il vecchio realismo mimetico spesso fatica a starci dietro.
Forse oggi non è la fantascienza a essere in ritardo sul futuro.
Forse è una certa idea di letteratura “seria” a essere in ritardo sul presente.
La fantascienza non è il genere che ha sbagliato a predire il futuro.
È uno dei modi con cui la letteratura ha capito che il presente avrebbe smesso di sembrarci naturale.
Se per Marc Bloch la storia è la scienza degli uomini nel tempo, la fantascienza è la letteratura dell’umano nel tempo possibile.





