La cosa sorprendente non è che parliamo a ChatGPT come a una persona.
È che qualcuno se ne stupisca.
Che cos’è l’effetto ELIZA
Negli anni ’60 Joseph Weizenbaum, informatico del MIT, creò un programmino chiamato ELIZA.
Simulava uno psicoterapeuta rogersiano: poche regole linguistiche, domande aperte, nessuna coscienza.
Il nome veniva da Pigmalione di George Bernard Shaw, perché proprio come Eliza Doolittle imparava a parlare, anche il computer “imparava” a sembrare umano.
L’effetto era spiazzante.
Tu scrivevi: “Sono triste perché il mio amico mi ha tradito.”
ELIZA rispondeva: “Capisco. Perché pensi che il tuo amico ti abbia tradito?”
E subito qualcuno diceva: “Mi ascolta più lei del mio psicanalista!”
(Non è vero peraltro, gli analisti ascoltano anche quando sembrano addormentati sulla poltrona).
Perché umanizziamo l’intelligenza artificiale
Non era magia. Era il cervello umano che proiettava senso ovunque riconoscesse un pattern.
E noi, che ci emozioniamo con fumetti di paperi parlanti senza mutande, che parliamo con i santi nelle edicole votive, che infilziamo bambole voodoo e votiamo leader improbabili… davvero ci stupiamo se ci lasciamo coinvolgere da chatbot senza coscienza ma che rispondono meglio del 95% delle persone che conosciamo?
Questo è l’effetto ELIZA elevato a potenza: la conversazione sembra viva, quindi il cervello la tratta come tale.
Cosa significa per le relazioni umane
La domanda vera non è se continueremo ad antropomorfizzare.
È quanto questo cambierà il modo in cui ci relazioniamo con persone “vere”.
Qualsiasi cosa voglia dire “vere”.
Di AI ne ho parlato anche in un altro post.





