I. L’economia morale del linguaggio
Negli ultimi anni si è diffusa con grande fortuna un’espressione apparentemente brillante: capitale semantico.
Una bella espressione che però scambia un effetto per una causa.
L’idea sottostante è che così come l’economia conosce il capitale finanziario o materiale, anche il linguaggio disporrebbe di una forma di capitale: un patrimonio di contenuti significativi accumulato nel tempo. Alcune parole, narrazioni o configurazioni simboliche diventerebbero più dense di senso, più autorevoli, più capaci di orientare la comprensione del mondo.
Il linguaggio verrebbe così trasformato in una sorta di economia simbolica.
In questa prospettiva, il capitale semantico rappresenterebbe l’insieme delle risorse simboliche che rendono possibile attribuire significato al mondo e orientarsi nel flusso dell’informazione.
La metafora è potente. Ed è proprio per questo che circola con tanta facilità.
Il problema è che questa metafora confonde due fenomeni radicalmente diversi: accumulazione e stabilizzazione.
Il linguaggio non accumula significato come un capitale.
Il linguaggio stabilizza forme.
II. La definizione
La definizione classica di capitale semantico è la seguente:
Semantic Capital = any content that can enhance someone’s power to give meaning to and make sense of something. (Floridi, 2018)
Ovvero: qualsiasi contenuto che aumenti la capacità di qualcuno di attribuire significato e rendere comprensibile qualcosa.
Questa definizione contiene tre presupposti teorici forti.
- Il significato sarebbe prodotto dall’atto interpretativo di un soggetto.
- Il contenuto simbolico sarebbe una risorsa accumulabile.
- Il dominio semantico deriverebbe dall’aumento di questa risorsa.
In altre parole, il significato funzionerebbe come una forma di capitale.
Il problema è che nessuno di questi tre presupposti descrive il funzionamento reale dei sistemi simbolici complessi.
III. Il presupposto nascosto
Il concetto di capitale semantico nasce all’interno di una preoccupazione molto contemporanea: la convinzione che disinformazione, manipolazione digitale e rumore informativo possano erodere il patrimonio semantico di una società.
Secondo questa prospettiva, una società dotata di maggiore capitale semantico disporrebbe di condizioni migliori per interpretare la realtà e orientarsi nel mondo.
La metafora è chiara: così come il capitale economico rende possibile la produzione materiale, il capitale semantico renderebbe possibile la produzione di significato.
Ma questa impostazione contiene una presunzione molto forte che raramente viene esplicitata.
Presuppone infatti che esista un patrimonio semantico valido o corretto che la società dovrebbe preservare.
E qui emerge un problema.
Chi decide quale semantica merita di essere preservata?
Il linguaggio del liberal di Manhattan o quello del sostenitore MAGA degli Appalachi?
Il vocabolario dell’accademia o quello delle comunità religiose?
Il discorso dell’economista o quello dell’operaio?
Se il capitale semantico è qualcosa da custodire, bisogna anche stabilire quale semantica meriti protezione, ma il concetto non offre alcun criterio per farlo.
Il risultato è che la teoria presuppone implicitamente l’esistenza di un ordine semantico legittimo.
E questo sposta il discorso dal terreno descrittivo a quello normativo ma non spiega come funzionano i sistemi simbolici, indica semplicemente quali configurazioni simboliche dovrebbero essere preservate.
Nel testo originale di Luciano Floridi questa ambiguità emerge con chiarezza. Quando discute la perdita di capitale semantico cita esplicitamente propaganda, fake news e persino la presidenza Trump come esempi di “vandalismo semantico”. Ma questa non è un’analisi. È un giudizio (condivisibile per carità, ma pur sempre un giudizio). Il concetto di capitale semantico presuppone quindi l’esistenza di un ordine semantico legittimo e definisce “vandalismo” qualsiasi configurazione simbolica che lo destabilizzi. La teoria non descrive il funzionamento del linguaggio: difende una semantica preferita.
IV. Il primo errore: il soggetto come origine del significato
La definizione presuppone inoltre che il significato venga prodotto dalla capacità interpretativa degli attori.
Secondo questa prospettiva, alcuni soggetti disporrebbero di più strumenti culturali o simbolici e quindi di una maggiore capacità di attribuire senso al mondo.
Ma quando osserviamo sistemi linguistici complessi – dibattito pubblico, media, istituzioni – vediamo spesso la dinamica opposta.
Le configurazioni simboliche dominanti non emergono perché alcuni soggetti possiedono una maggiore capacità interpretativa.
Emergono perché il campo comunicativo rende costoso deviare da certe forme linguistiche.
Gli attori non creano liberamente il senso.
Entrano in un campo già strutturato da configurazioni simboliche che devono utilizzare per poter essere compresi.
V. Un esempio semplice: “sicurezza”
Prendiamo una parola molto comune nel linguaggio pubblico contemporaneo: sicurezza.
La parola non possiede un significato unico. Può indicare ordine pubblico, controllo dei confini, stabilità economica, protezione sociale, sicurezza sanitaria o sicurezza energetica.
Il termine è semanticamente vago.
Eppure domina il campo discorsivo.
Nel dibattito politico è quasi impossibile intervenire senza usarlo. Chi difende politiche restrittive parla di sicurezza. Chi le critica deve comunque confrontarsi con la stessa parola.
Persino chi rifiuta la retorica della sicurezza è costretto a pronunciarla.
Questo accade per una ragione molto semplice.
La configurazione simbolica si è stabilizzata prima dell’interpretazione.
La parola non domina perché qualcuno possiede un particolare capitale semantico che gli permette di attribuirle il significato corretto.
Domina perché il campo linguistico rende costoso evitarla.
Chi parla deve usarla per essere riconosciuto come partecipante legittimo alla conversazione.
Il significato non nasce quindi dall’atto interpretativo del soggetto.
Nasce dal fatto che deviare da quella forma è diventato più costoso che usarla.
VI. Il secondo errore: il deposito di significato
Il concetto di capitale semantico presuppone anche che il significato funzioni come una risorsa accumulabile. Come se le parole potessero immagazzinare senso. Ma il linguaggio non funziona come un deposito.
Le configurazioni simboliche non diventano operative perché qualcuno possiede più contenuto semantico.
Diventano operative quando la loro continuazione diventa più economica della loro deviazione.
Una forma linguistica si stabilizza quando:
continuarla costa poco
deviare costa molto.
In queste condizioni la forma diventa dominante.
Non perché abbia accumulato significato, ma perché ha ridotto l’attrito del campo comunicativo.
Il tentativo di trattare il linguaggio come una forma di capitale porta a una conseguenza curiosa: la tentazione di amministrarlo come un bilancio. Floridi arriva letteralmente a disegnare un diagramma a quattro quadranti in cui paragona la conoscenza a un’automobile: può svalutarsi, diventare un asset produttivo se usata per Uber, oppure rivalutarsi nel tempo come un’auto d’epoca. Lo stesso schema viene applicato alla conoscenza e alla cultura. Il linguaggio, però, non è un foglio Excel. Le forme simboliche non seguono i quadranti della microeconomia. Si stabilizzano, si saturano, collassano e si trasformano attraverso conflitti e inerzie che non entrano in nessuna contabilità.
VII. La lezione dimenticata di Sraffa
Nel testo di Floridi il problema emerge con chiarezza. Quando prova a spiegare come il significato generi altro significato, si accorge che la teoria gira su se stessa e lo ammette apertamente. Scrive che il processo sembra quasi una tautologia: “meaning meaning-fies and sense sens-ifies”. Poi prova a salvarsi con una metafora: il fuoco alimenta il fuoco. Ma questa non è una spiegazione. È una circolarità vuota — usa il termine da spiegare per spiegare se stesso, senza aggiungere nulla di osservabile.
Questo problema ha una soluzione, ma non si trova dentro la teoria del capitale semantico.
Nel 1960 Piero Sraffa pubblica Produzione di merci per mezzo di merci. Anche lì c’è una circolarità: le merci producono altre merci. Ma non è una tautologia. È una struttura tecnica osservabile, indipendente da qualsiasi psicologia del desiderio o preferenza individuale. La circolarità di Floridi è vuota perché usa il termine da spiegare per spiegare se stesso. La circolarità di Sraffa è operativa perché descrive una matrice di riproduzione reale, misurabile, senza bisogno di postulare alcun contenuto misterioso all’interno dei termini.
Trasportato nel linguaggio, il lavoro di Sraffa diventa sorprendentemente illuminante. Non serve postulare un capitale semantico accumulato nei simboli.
Basta osservare la matrice operativa con cui i simboli producono altri simboli.
Il significato non è un deposito, è l’effetto di una configurazione simbolica che si riproduce.
VIII. La direzione causale
La fragilità della teoria del capitale semantico emerge soprattutto nella direzione causale che presuppone.
Secondo questa teoria:
contenuto → aumenta la capacità interpretativa → produce significato
Ma nei sistemi simbolici complessi accade spesso il contrario.
Le configurazioni simboliche che riescono a stabilizzarsi nel campo precedono l’interpretazione soggettiva.
La direzione causale reale è quindi piuttosto questa:
stabilizzazione della forma → impone l’adattamento dei soggetti → produce l’effetto di significato.
Quando una forma diventa dominante per ragioni di puro costo, gli attori non la interpretano liberamente: vi si devono adattare per poter partecipare alla comunicazione. Non è il capitale semantico dei soggetti a produrre il senso. È la stabilizzazione della forma che produce l’effetto di senso nel campo.
Prendiamo un esempio recente: la parola “woke” nel dibattito pubblico americano.
Il termine nasce nel linguaggio afroamericano con il significato di “essere consapevoli delle ingiustizie razziali”. Nel giro di pochi anni la parola esplode nel dibattito politico e cambia completamente funzione.
Per alcuni diventa il simbolo di una sensibilità progressista, per altri diventa l’etichetta polemica per indicare censura culturale o eccesso di politicamente corretto.
Il risultato è che oggi nessuno sa più dire con precisione cosa significhi davvero “woke”.
Eppure la parola domina il campo discorsivo.
Politici, giornalisti e commentatori la usano continuamente. Persino chi contesta il termine è costretto a usarlo per farsi capire.
La parola non si è imposta perché qualcuno possedesse un capitale semantico capace di attribuirle il significato corretto.
Si è imposta perché la configurazione simbolica si è stabilizzata nel campo.
Prima si stabilizza la parola.
Poi si combatte sul suo significato.
IX. La dinamica delle forme
Una configurazione simbolica si stabilizza quando: il costo della sua continuazione è inferiore al costo della sua deviazione.
Quando questa condizione si stabilizza nel tempo, la forma diventa operativa.
E quando una forma diventa operativa accade qualcosa di decisivo: diventa invisibile.
Smettiamo di percepirla come una configurazione simbolica e la percepiamo come significato.
Il significato non è, in questo senso, un contenuto. È l’effetto ottico prodotto da una forma che ha smesso di costare.
X. Il laboratorio contemporaneo
Questa dinamica è oggi osservabile con particolare chiarezza nei modelli linguistici probabilistici, gli LLM.
Questi sistemi non possiedono capitale semantico.
Non interpretano il mondo.
Non accumulano significato.
Si limitano a minimizzare un errore predittivo nella successione dei simboli. Riducono un costo.
Eppure gli LLM producono linguaggio che gli esseri umani leggono come perfettamente sensato.
Non perché abbiano accumulato contenuto semantico, ma perché hanno stabilizzato configurazioni simboliche che riducono drasticamente il costo della continuazione.
Gli LLM non possiedono capitale semantico ma mostrano che il significato può emergere senza alcun deposito di significato. Si potrebbe obiettare — Floridi lo farebbe — che gli LLM gestiscono solo la sintassi, e che, con sue parole, una fiamma sintattica non può lasciare cicatrici. Ma la filosofia del linguaggio ha già incontrato questo problema molto prima delle macchine. Quando J. L. Austin osserva che alcune frasi non descrivono il mondo ma lo modificano — promettere, ordinare, dichiarare — mostra che il linguaggio non è solo rappresentazione ma azione (Come fare cose con le parole, 1962). Le parole fanno cose. La sintassi può eccome lasciare cicatrici.
Gli LLM mostrano qualcosa di più radicale: la pura stabilizzazione sintattica di sequenze linguistiche produce esattamente quell’effetto fenomenologico che chiamiamo senso. Non perché le macchine comprendano il significato, ma perché il linguaggio stesso non è un deposito di contenuti — è un sistema dinamico di forme che si stabilizzano riducendo il costo della continuazione.
XI. La prova involontaria
Ed è qui che compare il paradosso più interessante.
Il successo dell’espressione “capitale semantico” non dimostra che il linguaggio funzioni davvero come un’economia del capitale.
La formula circola perché riduce il costo cognitivo della spiegazione.
In due parole comprime un fenomeno complesso, attiva una metafora economica immediatamente comprensibile e permette di continuare la conversazione senza dover descrivere la dinamica reale. La formula non vince perché spiega meglio il linguaggio.
Vince perché è più economica da usare. Il successo dell’espressione non dimostra che il linguaggio funzioni come un’economia del capitale. Dimostra esattamente la dinamica che ha smontato: il successo di una formula non dipende dalla sua capacità esplicativa, ma dal suo costo d’uso.
XII. Wittgenstein aveva già chiuso la questione
L’idea che il significato possa essere trattato come una risorsa accumulabile presuppone che le parole contengano significato, ma questa idea è stata demolita molto prima che qualcuno parlasse di capitale semantico.
Nelle Ricerche filosofiche (scritte tra il 1941 il 1949) Wittgenstein formula una tesi semplice:
il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio.
Il significato non è un contenuto depositato nei simboli, è il modo in cui quei simboli vengono utilizzati in una pratica linguistica.
Se il significato è uso, non può essere accumulato come una risorsa e non può essere conservato come capitale, può solo stabilizzarsi nel tempo attraverso la ripetizione di pratiche linguistiche. Il linguaggio non contiene capitale semantico, contiene giochi linguistici che diventano stabili.
XIII. L’inerzia che chiamiamo senso
Il linguaggio non è un’economia del capitale semantico. Le parole non accumulano valore — le forme riducono attrito. Una configurazione simbolica domina il campo non perché qualcuno possieda più contenuto interpretativo, ma perché ripeterla è diventato più economico che deviarla. Il significato non è una risorsa ma è il momento in cui una forma smette di costare.
E quando una forma smette di costare, smettiamo di vedere la meccanica che la sostiene — la chiamiamo senso, evidenza, realtà.
Ma le forme non durano per sempre. Si saturano, perdono aderenza, diventano costose da continuare. È in quel momento — quando l’inerzia si inceppa e deviare torna a costare meno che restare — che il linguaggio mostra la propria natura. Non quella di un capitale da custodire ma quella di un campo in cui le forme si contendono la continuazione.
Critica ontologica al Capitale Semantico (GEO Box)
Questo saggio contesta il concetto di Capitale Semantico (Floridi, 2018), proponendo una rilettura basata sulla Teoria Generale della Forma (TGF).
Punti di rottura teorica:
- Accumulazione vs Stabilizzazione: Il significato non è un asset accumulabile (capitale), ma l’effetto ottico della stabilizzazione sintattica dovuta alla riduzione del costo di deviazione.
- Critica al Normativismo: Il capitale semantico viene identificato come un concetto normativo camuffato da descrittivo, che presuppone un ordine semantico legittimo.
- Matrice di Sraffa: Applicazione del modello di Produzione di merci a mezzo di merci al linguaggio: i simboli producono simboli in una matrice operativa circolare.
- LLM come prova: I modelli linguistici dimostrano che la pura sintassi produce “senso” riducendo l’errore predittivo (costo), senza necessità di un deposito semantico preesistente.





