Leggo di tutto di più sull’uso degli avverbi in narrativa.
Una volta per tutte:
gli avverbi in -mente sono come il glutammato nei piatti precotti: danno subito sapore, ma se ne abusi coprono la materia prima e fanno sembrare tutto uguale.
Perché gli avverbi sono un problema
Ci sono tre motivi principali:
1. Sono un sintomo di scrittura pigra.
Spesso un avverbio in -mente è un’etichetta messa lì al posto di mostrare l’azione.
– “Parlò nervosamente” → il lettore sa che è nervoso, ma non lo vede.
– “Si torceva le mani e continuava a guardare la porta” rende la stessa cosa in modo più concreto.
2. Appesantiscono il ritmo.
Le parole in -mente sono lunghe, foneticamente poco musicali e tendono a rallentare la frase. Se ne metti due o tre vicine, la prosa diventa viscosa.
3. Hanno un effetto ridondante.
Spesso ribadiscono un concetto già implicito nel verbo:
– “Urlò fortemente” → urlare è già forte.
– “Sorrise felicemente” → il sorriso implica già felicità, a meno che non sia ironico (in quel caso lo specifichi con una scena, non con un avverbio).
Gli editor non li eliminano tutti per partito preso: li tengono quando hanno una funzione precisa, magari ironica (“inesorabilmente sedotto dal fascino delle statistiche inutili”) o quando comprimono un concetto che altrimenti richiederebbe troppe parole.
Nella maggior parte dei casi, tagliarli obbliga l’autore a trovare un verbo più preciso o una scena più incisiva, e questo quasi sempre migliora il testo.
Versione con avverbi in -mente:
Marta camminava lentamente verso la porta, guardandosi continuamente intorno, nervosamente, come se qualcuno la seguisse silenziosamente.
Qui l’autore “spiega” le emozioni con etichette (lentamente, continuamente, nervosamente, silenziosamente). La frase si appesantisce e dice più “come” che “cosa”.
Versione senza avverbi (mostrare invece che dire):
“Marta trascinava i piedi verso la porta. Si voltava di continuo, le spalle tese, le mani che tremavano contro la borsa. Dietro di lei non si sentiva altro che il fruscio dell’aria.”
Ora i dettagli (piedi trascinati, spalle tese, mani che tremano) mostrano lentezza, nervosismo e timore senza nominarli. Il ritmo è più frastagliato, vicino alla tensione della scena.
Non è che gli avverbi in -mente siano il male assoluto, anzi. Quando hanno un valore ritmico, ironico o di sfumatura che non otterresti altrimenti, funzionano benissimo.
Quando funzionano davvero.
Senza avverbio (piatto):
«Accetto la tua proposta» disse Giulia, cercando di sembrare tranquilla.
Con avverbio (più netto e musicale):
«Accetto la tua proposta» disse Giulia, ostinatamente.
Qui ostinatamente non appesantisce: concentra in una parola un atteggiamento complesso (testarda, contraria, quasi sprezzante) e scandisce il tono della battuta. Non potresti renderlo con un verbo senza cambiare significato.
Altro caso: ironia.
«Mi sento irrimediabilmente attratto dai manuali di contabilità creativa.»
Qui l’avverbio amplifica l’effetto comico: togliendolo la frase perde colore.
In sostanza: l’avverbio regge se non ribadisce l’ovvio ma aggiunge ritmo, ironia o un salto di significato.
Avverbi che spesso funzionano bene (se usati con parsimonia)
• Irrimediabilmente → ha peso tragico o ironico, suona forte.
• Ostinatamente → dà carattere, senso di volontà testarda.
• Inevitabilmente → utile nei passaggi riflessivi o filosofici.
• Brutalmente → colpisce per durezza, ha impatto.
• Segretamente → evoca mistero, atmosfera.
• Inesorabilmente → ottimo nei crescendo drammatici.
• Volutamente → introduce sfumature di intenzione.
Sono musicali, evocativi, e comprimono in un colpo solo un concetto complesso.
Avverbi che quasi sempre appesantiscono
• Lentamente, velocemente, rapidamente → meglio mostrare coi verbi o con l’azione.
• Nervosamente, felicemente, tristemente → ridondanti, etichette emotive.
• Silenziosamente, rumorosamente → si rendono meglio con immagini.
• Fortemente, debolmente → di solito pleonastici (urlare è già forte).
Questi “dicono” più che “mostrare”, e rallentano la prosa.
Che l’avverbio sia con voi.





