La Silicon Valley ha sempre diffidato della politica tradizionale considerata lenta, compromissoria, corrotta. Paradossalmente, ha prosperato grazie a quel potere che finge di disprezzare. Ha beneficiato di fondi pubblici, commesse militari, legislazioni favorevoli e deregolamentazioni pilotate: lo Stato è un nemico narrativo, ma un investitore silenzioso.
Le radici tolkieniane del potere secondo Thiel & Co.
Tolkien ha offerto a Thiel e compagni un universo morale assoluto, popolato da pochi eletti che combattono il male in nome della Luce e della Conoscenza. La narrazione perfetta per chi vuole sentirsi eroe, ma anche CEO. In questo senso, Il Signore degli Anelli è diventato per la Silicon Valley quello che la Bibbia era per i puritani: un codice di legittimazione morale del proprio potere.
Palantir: la pietra che vede (e corrompe)
Il caso più noto è Palantir, l’azienda di data intelligence di Peter Thiel. Il nome viene dalle pietre veggenti di Tolkien — strumenti che permettono di “vedere” a distanza, ma che finiscono per corrompere chi li usa troppo. L’eco nietzscheana è fin troppo evidente. Un simbolo perfetto (e inquietante) per una società che vende capacità di sorveglianza e analisi totale dei dati a governi e forze armate. Thiel lo sa: quella ambiguità è il messaggio. La conoscenza come potere, e il potere come rischio morale. Palantir non nasconde la contraddizione, la mette in scena. È l’idea che il bene si ottiene solo guardando il male da vicino.
Il lessico tolkieniano delle startup
Molte altre aziende legate all’orbita di Thiel usano nomi tolkieniani: Anduril, la spada riforgiata del re (azienda di difesa fondata da Palmer Luckey, con capitale Thiel), Rivendell, nome di fondazioni e fellowship dedicate ai giovani “visionari”, Valar Ventures, fondo d’investimento che richiama le divinità creatrici di Arda.
In tutti i casi, la logica è identica: costruire un’élite iniziatica, convinta di essere custode di un potere superiore — la tecnologia come destino morale.
Dalla Grazia all’algoritmo
Tolkien era cattolico, credeva nella Grazia e nella lotta contro la corruzione del potere. Thiel, che si definisce “cristiano non democratico”, ne prende la struttura ma ne svuota il contenuto. Trasforma la Grazia in competenza, la Luce in trasparenza dei dati, la Provvidenza in algoritmo predittivo. È una teologia senza Dio, dove il bene coincide con l’efficienza e il male con l’entropia.
Decisionismo tecnologico
L’universo tolkieniano offre una giustificazione etica al potere tecnologico: il mondo è in pericolo (caos, terrorismo, ignoranza, fake news), pochi eletti possiedono la visione per salvarlo (gli “innovatori”) e devono agire anche a costo di superare le regole ordinarie (tramite il decisionismo tecnologico e Carl Schmitt — il massimo teorico della decisione in politica — è tra i numi tutelari di Thiel).
È la mitologia fondativa del tecno-capitalismo americano: una guerra metafisica combattuta con capitali di rischio e dashboard di sorveglianza.
Non è stato il pubblico a scegliere Tolkien. È stata la Silicon Valley.
Negli anni ’60, Il Signore degli Anelli era uno dei romanzi della controcultura americana: un inno comunitario e anti-industriale, letto nei campus accanto ai manifesti contro il Vietnam. Negli anni 2000 quella morale viene adottata dalla nuova élite della Silicon Valley.
Una generazione di fondatori e investitori usciti da Stanford — Peter Thiel, laureato in filosofia, Reid Hoffman, con studi in filosofia morale a Oxford — la trasforma in linguaggio operativo. Non sono ingegneri, come pensano anche molti “piattaformici” qui: sono dei moralisti. Palmer Luckey, autodidatta e appassionato di cultura militare, vi innesta l’estetica dell’eroe che difende il regno. Tolkien diventa, suo malgrado, il codice simbolico del capitalismo tecnologico.
Luce e oscurità, eroi e missioni, conoscenza come salvezza: un fantasy morale applicato che non mette in crisi il potere: lo giustifica e offre ai nuovi dominatori la morale perfetta: chi controlla tutto non è un custode del bene. Con la trilogia di Peter Jackson, il romanzo anti-industriale per eccellenza entra nel cuore del capitalismo dei media.
Branding morale: il mito come impresa
Da lì in poi, la Terra di Mezzo diventa il marketing della salvezza. Peter Thiel, figura che — lo ammetto — mi affascina per la coerenza quasi metafisica con cui traduce le idee in impresa, è allievo di René Girard a Stanford, studia il desiderio mimetico — come gli uomini imitano ciò che altri desiderano — ne capovolge il senso e ne fa un modello di business, finanziando Facebook.
Nel 2003, anno dell’uscita dell’ultimo film della trilogia, fonda Palantir, finanziata dal fondo della CIA In-Q-Tel. Non è un segreto: In-Q-Tel ha un sito pubblico dove sono elencate le società sovvenzionate.
Il film non ha “creato” l’immaginario tolkieniano di Thiel — lo ha solo reso visibile, condivisibile, narrativamente spendibile. Thiel era già tolkieniano. Già negli anni ’80-’90, a Stanford, discuteva di miti della fondazione, ordine e corruzione morale, e citava Il Signore degli Anelli come allegoria della società decadente.
Dal mito alla macchina
La visione totale come forma di redenzione, una teologia secolare abbinata al marketing. Non è folklore, è branding morale: piccoli eroi, grandi missioni, un male, sempre esterno, da combattere.
La visione di Tolkien e Thiel, in fondo, converge su un punto: l’idea che il mondo abbia bisogno di un ordine gerarchico per non dissolversi. In Tolkien quell’ordine è cosmico, fondato su una Grazia che trascende l’uomo. In Thiel è tecnico: una rete di intelligenze e decisioni che sostituisce la Grazia con l’algoritmo.
Entrambi temono il caos, entrambi diffidano dell’uguaglianza come principio. È la stessa architettura morale, traslata dal mito alla macchina.
Tolkien voleva salvare l’anima del mondo.
Thiel vuole salvare l’ordine gerarchico del sapere.
Entrambi temono l’uguaglianza, entrambi venerano la conoscenza come potere.
Solo che uno parlava di elfi. L’altro parla di dati.




