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Teoria della comprensione sufficiente

da | Apr 4, 2026 | Filosofia e tecnologia, Teoria della forma

Per una teoria della non-coincidenza abitabile del senso

Roberto Errichelli

apr 04, 2026


Una delle idee più ingenue che continuiamo a raccontarci sul linguaggio è questa: io so cosa voglio dire, lo metto in parole, tu ricevi le parole e, se tutto fila, ricostruisci più o meno lo stesso contenuto nella tua testa. Una specie di trasloco ordinato del senso da un interno all’altro. Come se parlare fosse impacchettare bene qualcosa e spedirlo. Non è una teoria che molti difendono apertamente ma è l’immagine spontanea che continua a infestare il modo in cui parliamo del linguaggio.

Quando due persone si parlano, non entrano davvero nelle parole dell’altro. Si sfiorano, si avvicinano, si fraintendono un po’, correggono il tiro, si appoggiano a pezzi comuni e a molti altri che comuni non sono affatto. La comprensione, nella maggior parte dei casi, è una faccenda superficiale. Non nel senso di banale, ma nel senso di parziale, approssimativa, a bassa fedeltà. E tuttavia basta. O meglio: molto spesso basta.

Prendiamo una frase che, semanticamente, è una palude: “ti amo”. Che cosa vuol dire esattamente? Niente di perfettamente definito. Vuol dire troppe cose insieme. Per chi la dice può voler dire desiderio, riconoscenza, bisogno, paura di perdere, abitudine, dedizione, nostalgia, promessa, dipendenza, tenerezza, possesso, e via elencando. Per chi la riceve può voler dire alcune di queste cose oppure qualcosa di completamente diverso ma compatibile quel tanto che basta. Eppure la frase regge. Fa il suo lavoro. Muove il rapporto, lo conferma, lo illude, lo scalda, lo inganna, lo stabilizza, lo incrina. Ma agisce.

Questo dovrebbe già bastare a farci sospettare che il problema del linguaggio non sia mai stato la perfetta coincidenza del significato. Non ci capiamo perché abbiamo in testa la stessa cosa. Ci capiamo perché le nostre differenze restano, per un tratto, dentro una forma comune abbastanza stabile da reggere.
È questo che chiamo comprensione sufficiente.

Non intendo riferirmi a una comprensione povera, una versione al ribasso del capire, un “vabbè dai, più o meno”. Mi riferisco alla forma normale, concreta, umana della comprensione. Quella che rende possibile una convivenza linguistica tra esseri che non sono trasparenti neppure a sé stessi, figurarsi agli altri. La comprensione sufficiente non richiede identità semantica. Richiede una soglia di tenuta. Una zona in cui le divergenze non coincidono, ma non esplodono neppure. Restano abitabili.

Questo cambia anche il modo in cui conviene porre il problema del significato. Per molto tempo si è ragionato come se la questione decisiva fosse trovare il gancio giusto tra parole e mondo, tra simboli e cose, tra segni e contenuti (il cosiddetto “grounding”). Ma questa immagine è troppo pulita. Troppo da laboratorio. Come se prima ci fossero significati belli formati da una parte, parole disponibili dall’altra, e poi qualcuno dovesse trovare il modo corretto di attaccarli.

La comunicazione reale parte da esseri che non coincidono, che non si leggono dentro, che usano parole larghe, elastiche, consunte, spesso ambigue, e che nonostante questo riescono a coordinarsi, a promettere, a desiderare, a mentire, a obbedire, a insegnare, a sedurre, a litigare, a fondare istituzioni, a scrivere poesie, a fare contratti, a crescere figli. Il linguaggio non elimina l’equivoco. Lo organizza. Lo contiene. Lo rende vivibile abbastanza a lungo da permettere un mondo comune.

In questo senso le parole non funzionano perché contengono un significato pieno. Funzionano perché riescono a stare dentro forme relativamente stabili: scene, usi, memorie, aspettative, rituali, sanzioni, posture, abitudini percettive. “Ti amo” non è una definizione. È una mossa dentro un campo. Vale meno per ciò che dice con esattezza e più per ciò che orienta, apre, chiude, vincola, promette, mette in circolo.

Il punto, allora, non è: come faccio a trasferire integralmente il mio senso nella testa di un altro? Il punto è: come mai strutture linguistiche imprecise riescono comunque a produrre una convergenza sufficiente? Come fanno espressioni semanticamente larghe, spesso opache, a reggere la prova dell’uso? Come nasce e si sviluppa una forma di comunicazione che non chiede mai coincidenza piena, e tuttavia ottiene coordinamento, risposta, continuità?

Secondo me il linguaggio va pensato a partire da qui. Non come veicolo del senso pieno, ma come tecnica di gestione della sua inevitabile non-coincidenza.

Ed è qui che gli LLM diventano davvero interessanti, al di là delle solite domande da catechismo tecnologico sul fatto che “capiscano” oppure no. Gli LLM mostrano una cosa più imbarazzante per chiunque creda che il significato abbia bisogno di una mente dietro: che una frase può funzionare anche quando, dal lato di chi la produce, non c’è quel tipo di interiorità semantica che siamo abituati a presupporre; producono enunciati che per loro non contengono amore, paura, perdita, memoria vissuta, corpo, desiderio, eppure per noi quelle frasi possono avere significato, effetto, peso, a volte perfino verità locale.

Il fastidio non è che la macchina imiti l’uomo. È che la macchina rende visibile qualcosa che preferivamo non vedere: il significato non è mai stato, neppure tra umani, quel possesso limpido che immaginiamo. È sempre stato più esterno, più relazionale, più instabile, più dipendente dalla forma di quanto ci piacesse ammettere. Tra umani, del resto, succede continuamente. Parliamo senza sapere del tutto cosa intendiamo. Spesso capiamo solo dopo aver parlato (qualcuno non si capisce nemmeno dopo, ma sorvoliamo). Correggiamo il senso vedendo la faccia dell’altro, il silenzio, la risposta, il danno prodotto, l’effetto inatteso. Molto spesso il significato non precede l’enunciazione come un oggetto già formato, si addensa nel corso della scena. Anche per questo il modello ingenuo del “contenuto interno che si trasferisce” è debole: lusinga il nostro supposto eccezionalismo rispetto a macchine e animali quanto basta da non farcelo mettere in discussione.

Il problema filosofico decisivo, allora, non è il grounding in senso classico — trovare il bullone metafisico che fissa il segno alla cosa. È capire come si stabilizzano forme comunicative capaci di reggere la divergenza semantica senza collassare. Non la verità del significato pieno, ma la tenuta della comprensione sufficiente. Non l’identità del senso, ma la sua non-coincidenza abitabile.
Ci capiamo non tanto quando condividiamo lo stesso contenuto, ma quando le nostre divergenze restano dentro una forma comune abbastanza stabile.
Il linguaggio non è una macchina di trasparenza: è una infrastruttura minima per rendere vivibile l’opacità.

Cover del libro La Macchina Morbida di Roberto Errichelli