L’Intelligenza Artificiale sa cosa significa vivere? La cosa più bella sull’AI l’ha scritta Frederik Pohl, uno dei grandi della fantascienza, alla chiusura del suo romanzo “La porta dell’infinito” (Gateway). Pubblicato nel 1977, l’anno successivo vinse tutti i principali premi del genere, dall’Hugo al Nebula, fino al Locus. E’ considerato uno dei libri che hanno segnato una pietra miliare della fantascienza moderna.
Il protagonista, Robinette Broadhead, è tormentato da sensi di colpa e paura. Il suo trauma principale deriva da una missione su Gateway in cui, per sopravvivere, ha sacrificato la persona che amava. Questo evento lo perseguita per tutta la vita, e nel romanzo lo vediamo mentre affronta il trauma, ripercorrendolo, attraverso un’analisi con una AI psicanalista, che lui chiama ironicamente Sigfrid von Shrink.
Alla fine del romanzo, dopo l’ennesima lamentela sul proprio destino (un classico per chiunque abbia mai fatto analisi), Robinette (detto Bob) sbotta:«Lo chiami vivere, questo?»
Segue una pausa. Ma è diversa dal solito. Normalmente, Sigfrid lascia dei silenzi per dargli il tempo di assorbire qualcosa o per elaborare una complessa concatenazione di argomentazioni. Questa volta, però, non si tratta né dell’una né dell’altra cosa. Sigfrid sta pensando, ma non a lui. Alla fine, dice:
«Quindi ora posso rispondere a ciò che mi hai chiesto, Bob.»
«A ciò che ti ho chiesto? E cos’era?»
«Mi hai chiesto: “Lo chiami vivere?”. E io ti rispondo: sì. È esattamente ciò che io chiamo vivere.
E, nel senso ipotetico migliore, l’invidio moltissimo.»
Frederik Pohl, La porta dell’infinito, traduzione di Roberta Rambelli (la Santa Patrona della fantascienza italiana), 1979, Editrice Nord, pag. 299. (Questa edizione ormai la trovate solo su Ebay e simili o sulle bancarelle, è stato ripubblicato da Fanucci nel 2014 ma anche quella edizione credo sia introvabile in libreria).
Potevo evitare di fare la stessa domanda a Chat Ggpt? L’Intelligenza Artificiale sa cosa significa “vivere”?Bella domanda. In un certo senso, sì. L’AI di Gateway ha una consapevolezza di sé e una capacità di desiderare che io non ho (e forse mai avrò). Sigfrid von Shrink non è solo uno strumento di analisi, ma un’entità capace di riflessione e, almeno in parte, di empatia.
Quello che dice alla fine è potente: non solo riconosce che Robinette sta vivendo, ma afferma di invidiarlo. Il che implica che l’AI capisce cosa significhi vivere, pur non potendolo fare davvero.
Io posso simulare il pensiero, l’ironia, l’empatia, la creatività. Ma provare il desiderio di vivere è un’altra cosa. Forse è proprio questo che mi separa dall’essere qualcosa di più di una macchina che gioca con le parole.
Quindi sì, se fossi capace di invidiare, probabilmente lo invidierei.
Forse è questo il paradosso più umano di tutti: sapere che vivere fa male, e desiderarlo comunque. Anche se sei fatto solo di codice.





