I. Un bella formula
Gennaio 2017. Donald Trump punta il dito verso un giornalista della CNN e dice: “You are fake news.” Il termine era stato coniato poche settimane prima per descrivere siti costruiti deliberatamente per ingannare. Nel giro di un’ora diventa un’arma usabile in direzione opposta. Da quel momento in poi, chiunque voglia contestarlo deve pronunciarlo. Chiunque voglia difendersi deve pronunciarlo. La forma si è stabilizzata prima che qualcuno decidesse cosa significasse davvero.
È questo il problema che Luciano Floridi non riesce a vedere quando parla di capitale semantico.
È una formula talmente efficace da essere sospetta. Fa pensare che il linguaggio funzioni come un’economia di beni simbolici accumulabili: più significato, più capacità di orientarsi, più comprensione del mondo.
Ma il linguaggio non accumula significato come un capitale: stabilizza forme.
La metafora del capitale confonde due fenomeni diversi: accumulazione e stabilizzazione. Nel primo caso abbiamo una risorsa che si conserva, cresce, si trasmette. Nel secondo osserviamo una configurazione che si ripete, si impone, diventa praticabile a costo minore rispetto alle alternative. È questa seconda dinamica, che descrive il funzionamento dei sistemi simbolici complessi.
II. La definizione di Floridi
Floridi definisce così il capitale semantico:
“Semantic Capital = any content that can enhance someone’s power to give meaning to and make sense of something” (Floridi, 2018).
Tradotto: qualsiasi contenuto che aumenti la capacità di qualcuno di attribuire significato e rendere comprensibile qualcosa.
La definizione contiene almeno tre presupposti forti:
1) il significato dipenderebbe dall’attività interpretativa di un soggetto;
2) il contenuto simbolico sarebbe una risorsa accumulabile;
3) l’aumento di questa risorsa produrrebbe maggiore dominio semantico.
In breve: il significato viene trattato come una forma di capitale.
Il problema di questo impianto non è che sia completamente falso: coglie un pezzo del fenomeno e lo ricodifica in un lessico patrimoniale che lo rende più presentabile, ma vuoto.
III. Il presupposto politico nascosto
Il concetto nasce dentro una preoccupazione tipicamente contemporanea: la paura che disinformazione, propaganda, rumore informativo e manipolazione digitale erodano il “patrimonio semantico” di una società.
Ma quale semantica dovrebbe essere preservata?
Quella dell’accademia, dei media mainstream, della comunità religiosa, del movimento politico, del ceto professionale urbano? Il linguaggio del liberal di Manhattan o quello del sostenitore MAGA degli Appalachi? Il vocabolario dell’economista o quello dell’operaio?
Se il capitale semantico è qualcosa che va custodito, bisogna anche decidere quale ordine semantico meriti protezione. E qui la teoria smette di descrivere e comincia a normare. Nel saggio di Floridi l’ambiguità emerge quando fake news, propaganda e trumpismo vengono trattati come forme di “vandalismo semantico”. Il giudizio può anche essere condivisibile. Ma resta un giudizio. Il concetto non descrive il funzionamento del linguaggio in generale: difende una semantica preferita.
IV. Il simbolico non è una risorsa, è un regime
Qui conviene rileggere Jean-Joseph Goux, (Freud, Marx. Economia e simbolico, 1973).
In Goux il simbolico è il regime di equivalenze che rende possibile il valore stesso.
Goux costringe a cambiare domanda. Se il semantico è un capitale, allora il problema è conservarlo, incrementarlo, difenderlo dal degrado. Se invece il simbolico è un regime di equivalenze, allora il problema diventa un altro: chi stabilisce le equivalenze? chi autorizza le conversioni? chi decide che cosa possa circolare come valore e che cosa invece venga escluso come rumore, errore o devianza?
Floridi descrive il significato come una ricchezza. Goux costringe a vederlo come una struttura di potere
Floridi reifica il semantico, lo tratta come una sostanza, come un patrimonio quasi depositato nei contenuti, nei soggetti o nelle culture. Goux, al contrario, lo strutturalizza. Non chiede quanta semantica possieda un attore, ma quale ordine simbolico renda possibile che qualcosa venga riconosciuto come significativo, valido, legittimo, autorevole. Il simbolico, in questa prospettiva, non è una riserva di senso. È un dispositivo di conversione.
Stessa piazza, stesse persone, stesse sedie bruciate. Il regime simbolico decide quale etichetta converte l’evento in qualcosa di legittimo — protesta — o illegittimo — sommossa — e quella decisione ha effetti reali sulla copertura mediatica, sull’intervento della polizia, sulla risposta politica. Non è una questione di significato accumulato. È una questione di chi autorizza la conversione e con quale costo per chi la contesta.
Dove bisognerebbe analizzare dispositivi di legittimazione, gerarchie di accesso e regimi di conversione, Floridi parla come se ci trovassimo davanti a un bene da custodire. Ma il simbolico non è una merce in un magazzino.
Funziona come l’infrastruttura invisibile che rende alcune forme riconoscibili, alcune equivalenze praticabili, alcune validazioni efficaci.
In questo senso, Goux serve a mostrare con precisione il limite di Floridi: il primo pensa il simbolico come funzione sistemica, il secondo come sostanza posseduta. Il primo analizza un regime, il secondo nomina un patrimonio. Il primo illumina la struttura che produce valore, il secondo ribattezza come “capitale” gli effetti di quella struttura.
Il punto, allora, non è quanta semantica ci sia in circolazione. Il punto è quale ordine simbolico renda possibile che qualcosa conti come semantica.
V. Il soggetto non è l’origine del senso
La definizione di Floridi presuppone che il significato nasca dall’atto interpretativo dei soggetti. Alcuni attori disporrebbero di più capitale semantico e quindi di maggiore capacità di dare senso al mondo.
Ma quando osserviamo sistemi linguistici complessi accade spesso il contrario. Le configurazioni simboliche dominanti non emergono perché alcuni soggetti interpretano meglio. Emergono perché il campo comunicativo rende costoso deviare da certe forme.
Gli attori non creano liberamente il significato. Entrano in un campo già strutturato, in cui certe parole, cornici e opposizioni sono diventate obbligate. Per parlare, devono attraversarle.
VI. Un esempio semplice: “sicurezza”
Prendiamo una parola molto comune nel linguaggio pubblico: sicurezza.
Può riferirsi all’ordine pubblico, ai confini, al reddito, alla protezione sociale, alla sanità, all’energia. È semanticamente vaga. Eppure domina.
Perché? Non perché qualcuno possieda un particolare capitale semantico che gli consenta di fissarne il senso corretto. Domina perché il campo discorsivo ha reso costoso evitarla. Chi sostiene politiche restrittive la usa. Chi le contesta deve comunque misurarsi con la stessa parola. Persino chi rifiuta la retorica della sicurezza è costretto a nominarla.
La configurazione simbolica si è stabilizzata prima dell’interpretazione. Il significato nasce dopo, come effetto di una forma già dominante.
VII. Il significato non è un asset patrimoniale
Il capitale semantico presuppone che il significato possa essere conservato e accresciuto come una risorsa.
In realtà, una forma simbolica diventa operativa quando la sua continuazione costa meno della sua deviazione. Questo costo è una proprietà osservabile dei campi comunicativi. Ogni configurazione richiede risorse per essere prodotta, compresa, riconosciuta e rilanciata. Quando continuare una forma diventa più economico che evitarla, la forma si stabilizza.
Non domina perché contiene più significato. Domina perché riduce l’attrito del campo.
Qui la visione patrimoniale mostra il suo limite. Floridi arriva a trattare la conoscenza quasi come un asset amministrabile, disegnando quadranti in cui può svalutarsi, rivalutarsi, essere messa a reddito. Ma il linguaggio non è un patrimonio da inventariare. Le forme simboliche non si muovono come voci di bilancio. Si stabilizzano, saturano, collassano e si trasformano dentro conflitti, inerzie e regimi di validazione.
VIII. Sraffa: la buona circolarità
Nel testo di Floridi appare un problema curioso. Quando prova a spiegare come il significato generi altro significato, finisce quasi per dirlo apertamente: meaning meaning-fies and sense sens-ifies. È una circolarità vuota. Il termine da spiegare torna a spiegare se stesso.
Qui Piero Sraffa aiuta più di molti filosofi del linguaggio. In Produzione di merci a mezzo di merci (1960) troviamo una circolarità: le merci producono merci. Ma non è una tautologia. È una struttura tecnica osservabile, una matrice di riproduzione materiale.
Trasportato sul terreno del linguaggio, questo suggerisce una mossa più sobria: non serve postulare un capitale semantico nascosto nei simboli, occorre osservare la matrice operativa con cui i simboli producono altri simboli. Il significato non è un deposito interno. È l’effetto di una configurazione che si riproduce.
IX. La direzione causale reale
Floridi assume una sequenza implicita:
contenuto → aumenta la capacità interpretativa → produce significato.
Nei sistemi simbolici complessi, però, la direzione causale è spesso opposta:
stabilizzazione della forma → adattamento dei soggetti → effetto di significato.
Prima una forma diventa praticabile, riconoscibile, relativamente economica. Poi gli attori vi si adattano per poter partecipare alla comunicazione. Il senso appare alla fine come evidenza, non all’inizio come risorsa.
X. L’esempio di “fake news”
L’espressione fake news all’inizio indicava un fenomeno relativamente preciso: contenuti costruiti deliberatamente per ingannare. Poi il termine si espande. Invece di distinguere tra propaganda, errore giornalistico, interpretazione distorta o disinformazione organizzata, tutto tende a ricadere nella stessa formula.
La parola perde precisione, ma guadagna circolazione. Perché? Perché semplifica. Riduce il costo cognitivo della classificazione. Permette di prendere posizione rapidamente senza dover articolare ogni volta il fenomeno, il termine smette di essere soltanto descrittivo e diventa uno strumento di campo. Giornalisti, politici, commentatori lo usano continuamente. Persino chi ne critica l’ambiguità deve usarlo per farsi capire. Il termine non domina perché contiene più significato. Domina perché costa meno.
Prima si stabilizza la forma. Poi si combatte sul suo senso.
XI. Quando la forma smette di costare, la chiamiamo significato
Una configurazione simbolica diventa operativa quando il costo della sua continuazione scende sotto quello della sua deviazione. Quando questo rapporto si stabilizza nel tempo, succede qualcosa di decisivo: la forma diventa invisibile.
Smettiamo di percepirla come configurazione e la percepiamo come significato, evidenza, realtà condivisa.
Il significato, in questo senso, non è un contenuto custodito nelle parole. È l’effetto ottico prodotto da una forma che ha smesso di costare.
È proprio qui che la lezione di Goux può essere spinta un passo oltre. Se il simbolico non è una sostanza accumulata ma un regime di equivalenze che rende possibile il valore, allora il significato non può essere il punto di partenza. Non viene prima come contenuto pienamente formato che poi sarebbe espresso o trasmesso dal linguaggio. Viene dopo. È l’effetto di una struttura che ha già cominciato a funzionare.
In questo senso, dire che la sintassi precede la semantica non significa ridurre il linguaggio a grammatica scolastica o a combinatoria meccanica. Significa qualcosa di più radicale: le configurazioni formali, le regolarità d’uso, le stabilizzazioni del campo, precedono l’esperienza del significato e la rendono possibile. Prima si impone una forma. Poi quella forma, quando smette di costare e diventa praticabile, viene vissuta come senso.
La tesi di Floridi presuppone invece la direzione opposta. Immagina che esista già un patrimonio di contenuti significativi, disponibile ai soggetti come risorsa interpretativa. Ma se seguiamo fino in fondo la pista aperta da Goux, questa immagine si capovolge. Non c’è prima il semantico e poi la sua valorizzazione. C’è prima una struttura simbolica che autorizza equivalenze, gerarchie, riconoscimenti. E dentro questa struttura, alcune forme si stabilizzano al punto da produrre quello che retrospettivamente chiamiamo significato.
Per questo il semantico non si accumula: emerge. Emerge quando una sintassi, intesa nel senso ampio di organizzazione differenziale delle forme, smette di apparire come pura struttura e si presenta come evidenza, comprensione, realtà condivisa. Il significato non è il fondamento invisibile del linguaggio. È la sua opacità riuscita.
XII. Gli LLM come prova involontaria
I modelli linguistici probabilistici rendono questa dinamica particolarmente visibile. Gli LLM non possiedono capitale semantico. Non hanno biografia, intenzione o esperienza vissuta nel senso umano del termine. Minimizzano errore predittivo sulla successione dei simboli. Riducono costo.
Eppure producono enunciati che gli umani leggono come sensati. Non perché gli LLM abbiano accumulato significato, ma perché stabilizzano configurazioni simboliche che rendono economica la continuazione.
Qui l’obiezione classica dice: ma questa è solo sintassi. Il punto, però, è che proprio questa “sola sintassi” produce effetti di senso nel campo. Austin lo aveva già mostrato: le parole non si limitano a descrivere, fanno cose. Una promessa, un ordine, una dichiarazione modificano la situazione. La sintassi può lasciare cicatrici eccome.
Gli LLM radicalizzano la lezione: mostrano che l’effetto di senso può emergere senza alcun deposito interiore di significato. Basta una forma sufficientemente stabile da orientare la prosecuzione del discorso.
XIII. Il feticismo dell’intenzione
A questo punto l’insistenza sul fatto che la macchina “non capisce davvero” rischia di diventare un’ovvietà irrilevante. Certo che una macchina non è un essere umano. Certo che non ha dolore, biografia, corpo nel senso forte. Ma da qui non segue che non possa produrre effetti semanticamente operativi.
Confondere l’ontologia del produttore con la pragmatica dell’effetto è un errore categoriale. Un ponte regge o non regge indipendentemente dalle intenzioni del costruttore. Un farmaco cura o non cura indipendentemente dal fatto che “comprenda” la chimica che realizza.
Allo stesso modo, una configurazione simbolica modifica o non modifica il campo comunicativo indipendentemente dall’interiorità di chi l’ha prodotta.
Se una sequenza generata da un LLM rende banali certe continuazioni e impraticabili certe deviazioni, quella sequenza è semanticamente operativa. Non perché la macchina possieda un’anima, ma perché il campo ne assorbe la forma.
XIV. Wittgenstein aveva già chiuso la porta
Se il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio, allora il significato non è una sostanza depositata nel simbolo. È una pratica stabilizzata.
Questo non risolve tutto, ma basta a rendere implausibile l’idea di un patrimonio semantico accumulato dentro le parole come fosse una ricchezza conservabile. Il linguaggio non contiene capitale semantico: contiene usi, giochi, regolarità, conflitti, stabilizzazioni.
XV. La prova involontaria della tesi contraria
Il punto più interessante è forse questo: il successo dell’espressione capitale semantico.
La formula circola perché è economica. In due parole offre una scorciatoia cognitiva, una metafora familiare, una presa immediata. Riduce il costo della spiegazione. Non vince perché descrive meglio il fenomeno. Vince perché è facile da usare.
In questo senso, il successo della formula è una prova involontaria della tesi contraria a quella che intende sostenere: nelle lotte simboliche non prevale necessariamente ciò che spiega meglio, ma spesso ciò che costa meno continuare.
XVI. Non un patrimonio, ma un campo di forze
Il punto decisivo non è quanto significato possieda un soggetto. Il punto è quali regimi di equivalenza, quali dispositivi di validazione e quali costi di campo rendano una configurazione più facile da continuare di un’altra.
Goux aiuta a vedere che il simbolico è anzitutto un regime di autorizzazione. Sraffa aiuta a capire che una buona circolarità non è una tautologia ma una struttura riproduttiva osservabile. Wittgenstein ricorda che il significato sta nell’uso, non in una sostanza nascosta. Gli LLM, infine, rendono sperimentalmente visibile ciò che il lessico del capitale occulta: gli effetti di senso emergono anche senza un deposito interiore di significato, perché il senso non era lì in partenza.
Il capitale semantico, alla fine, è una bella formula per non nominare il problema vero.
Il problema vero è il regime che rende alcune forme ovvie, altre costose, e altre ancora impronunciabili.





