Home » Blog » consigli di lettura » “Albero di fumo” di Denis Johnson, un romanzo che brucia il mito americano

“Albero di fumo” di Denis Johnson, un romanzo che brucia il mito americano

da | Set 30, 2025 | consigli di lettura

Perché leggere “Albero di fumo

Ci può fregare qualcosa – a noi europei e italiani in particolare – della Guerra del Vietnam? Zero, nada, niente. Il libro di Johnson però vale la pena di essere letto.

Il romanzo “Albero di Fumo” (“Tree of smoke”), opera del 2007 vincitrice del National Book Award finalista al Pulitzer 2008, è stata valutata dalla critica americana o come un capolavoro o come una quasi schifezza inutile. Di questo secondo avviso era anche il nostro fu Fofi. Un motivo in più per leggere Johnson. Del resto basta leggere le prime tre pagine, tra le migliori che abbia mai letto per capire che scrittore di razza fosse Johnson (è morto nel 2017).  Si possono leggere sul sito della traduttrice Silvia Pareschi. L’uso  estensivo delle allusioni letterarie e cinematografiche da parte di Johnson non costituisce una debolezza o un “uso di cliché”, bensì un elemento deliberato e centrale del suo progetto, un dialogo con il canone letterario e filmico sulla guerra, che funge da chiave di lettura per la sua opera. Se un critico letterario non capisce questa cosa stiamo messi male.  
Il vero intento di Johnson non era solo scrivere un altro romanzo di guerra, ma scrivere un romanzo che riflettesse sulla natura del “romanzo di guerra” stesso.  L’uso di cliché e tropi familiari è un atto deliberato di rielaborazione del canone bellico. L’autore prende i miti che la cultura americana ha creato attorno al conflitto, li riprende, li decostruisce e, attraverso una prosa meravigliosa li ripropone in una forma che rivela il trauma e l’ambiguità che si nascondono sotto la superficie della narrazione convenzionale. In sintesi, il romanzo di Johnson offre una sorta  di “chiusura” all’esperienza del Vietnam americano.

Trama e personaggi

Il romanzo si sviluppa in un arco temporale che va dal 1963 al 1970, con un epilogo ambientato nel 1983 . La narrazione, benché frammentata delle esperienze di un’ampia gamma di personaggi, segue principalmente William “Skip” Sands, un neo-agente della CIA in Vietnam, e suo zio, il leggendario Colonnello Francis Xavier Sands, capo delle “Psy Ops” (Operazioni Psicologiche) per la CIA . La trama principale è affiancata da diverse trame secondarie; tra queste vi sono le storie dei fratelli Houston, James e Bill, un soldato di fanteria e un marinaio che si trovano nel fango del conflitto, e soprattutto di Kathy Jones, un’infermiera canadese che lavora per una ONG e ha una storia d’amore (?) con Skip; Kathy è, a mio parere, il personaggio più riuscito e commovente del romanzo.
Questi personaggi, ognuno con il proprio percorso e le proprie motivazioni, fungono da veicolo per le allusioni intertestuali che intessono il romanzo. Skip Sands è un individuo malinconico e incerto, che si sente “centrale a nulla”. La sua storia illustra le ambiguità morali e il profondo costo psicologico della guerra, mentre la sua innocenza iniziale viene meno assistendo alle atrocità commesse dalla sua stessa agenzia; in Skip, lungo l’arco del romanzo, la moralità diventa “relativa”, passando dal servire “criminali giganteschi” a “criminali di medie dimensioni”.

Il Colonnello Francis Sands, eroe di guerra della Seconda Guerra Mondiale  è una figura “mitologica”, di bassa mitologia,  il cui comportamento sempre più erratico e la cui fissazione per i “miti e il folklore” del nemico lo pongono in rotta di collisione con la gerarchia della CIA.  I fratelli Houston, al contrario dei Sands che operano nella periferia della guerra, sono dei fantaccini, immersi nel vivo del conflitto, e le loro vicende rappresentano l’esperienza brutale e disillusa del soldato comune, spesso un sottoproletario del Midwest. I due fratelli oggi, probabilmente, farebbero parte della base Maga.

Un romanzo sul mito americano

Il vero cuore di “Tree of Smoke” non risiede nella sua trama,  ma nel suo dialogo continuo con i capisaldi della narrativa e della cinematografia bellica americana.

 Il parallelo più evidente nel romanzo è quello tra il Colonnello Francis Sands e la figura di Kurtz da “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, resa immortale dal film “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola.  Come il suo predecessore, il Colonnello Sands è un personaggio “ossessivo e contraddittorio”, è una figura carismatica e leggendaria che finisce per disobbedire agli ordini e andare fuori di testa. Johnson utilizza questo tropo per decostruirlo. Se la follia di Kurtz era una discesa nella barbarie primordiale, un’esplorazione dell’abisso dell’anima umana nel “cuore di tenebra” della giungla, la follia del Colonnello Sands è profondamente radicata nelle dinamiche della guerra moderna e psicologica. Il suo piano per vincere la guerra si basa su una massiccia, ossessiva, collezione di schede di intelligence che chiama il “Albero di Fumo” – una citazione biblica –  un’impresa che suo nipote Skip si rende conto essere “obsoleta e inutile”. La sua eccentricità non è una regressione, ma una perversione inevitabile delle pratiche di intelligence.
La sua ossessione per i “miti e il folklore” del nemico e le sue riflessioni sulla natura della guerra come “mito al novanta per cento” sono la prova che la sua “follia” è un prodotto della paranoia generata dalla Guerra Fredda.
Attraverso la figura di Sands, l’orrore del Vietnam non risiede più nelle profondità di una giungla, ma nel cuore stesso di una burocrazia che genera disinformazione e delusione, creando un “labirinto di specchi” in cui la verità svanisce.
Il Colonnello Sands  è l’incarnazione della follia di un sistema che ha perso il contatto con la realtà. Qualcosa di simile accade ne “Il fantasma di Harlot. Il romanzo della Cia” (1991), librone pasticciato, irritante e  prolisso, eppure a suo modo affascinante, di Norman Mailer.

Da un americano tranquillo a un americano cattivo

 Il protagonista del romanzo, Skip Sands, si pone in un costante dialogo con la figura di Alden Pyle, il giovane, ingenuo e idealista americano del romanzo “Un americano Tranquillo” (The Quiet American,1955) di Graham Greene. Skip stesso riflette se essere un “Americano Tranquillo” o un “Americano Cattivo”.
Skip perde la sua “innocenza da bravo ragazzo americano”   quando assiste alla brutale esecuzione di un sacerdote in una remota isola delle Filippine.
Se Pyle rappresenta l’ingenuità ideologica degli Stati Uniti che si scontra con la complessa realtà del colonialismo e della politica asiatica, Skip Sands incarna la successiva fase di disillusione. La sua ingenuità via via si dissolve in un percorso in cui la distinzione tra bene e male è svanita.  La lotta non è più tra idealismo e cinismo,  come in Greene, ma consiste in un’ annullamento della morale in un sistema in cui la verità e la menzogna sono indistinguibili.

Il romanzo, soprattutto nelle sue descrizioni delle Operazioni Psicologiche della CIA, presenta un’atmosfera di caos e assurdità che richiama anche la satira anti-bellica di Comma 22 di Joseph Heller – altro grande libro. L’opacità delle missioni di intelligence e la sensazione che la razionalità sia stata abbandonata in balìa di lotte di potere interne agli apparati del governo e alle loro burocrazie evocano un mondo in cui le bugie e gli errori sono la norma, non l’eccezione: “le bugie salgono e le politiche sbagliate scendono”.  

La struttura del romanzo

 Il romanzo ha una struttura polifonica che riecheggia la complessità narrativa di L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon. A differenza di Pynchon –  di cui ho tutti i libri, senza peraltro averne letto per intero nemmeno uno –  i personaggi di Johnson non sono delle figurine messe lì per reggere le elucubrazioni metaletterarie dell’autore ma sono personaggi veri che sanguinano e che ti fanno sanguinare quando li leggi. In questo, il paragone più immediato è con i personaggi più riusciti di Don De Lillo, specialmente in “Libra” (1988) ma mentre lo leggi ti vengono in mente anche il film di Cimino  (“Il Cacciatore”) e i libri di Herr (“Dispacci”) e di Ashford (“Nato per uccidere”, da cui Kubrick trasse “Full Metal Jacket”).

Il Vietnam come trauma fondativo e punto di svolta

Il conflitto vietnamita non è una semplice guerra, ma un punto di svolta “culminante e decisivo” nella storia americana e l’inizio del declino americano. Johnson non si limita a narrare una storia, ma crea un commento meta-letterario su come la storia stessa, specialmente quella di guerra, venga fabbricata e percepita in un’epoca di post-verità.
Johnson non offre una visione storica o politica radicalmente nuova, ma crea un ecosistema narrativo in cui i miti esistenti sulla guerra si scontrano e si dissolvono, e ti lascia con una sensazione di perdita e futilità che è probabilmente la vera eredità del conflitto; la rivelazione che la missione morale degli Stati Uniti, usata come giustificazione universale, non era che una costruzione fragile, destinata a crollare alla prima prova estrema.

Titolo originale: Tree of Smoke

Autore: Denis Johnson

Anno: 2007 (Farrar, Straus and Giroux)

Edizione italiana: Mondadori, 2009

Traduzione: Silvia Pareschi

Pagine: 727

Cover del libro La Macchina Morbida di Roberto Errichelli